Eccoci alla quinta tappa del nostro percorso sulla soglia del Mistero, alla scoperta dell’umanità di Gesù come trasparenza di Dio.
Entrare in preghiera con il corpo
Prenditi un tempo di silenzio, in uno spazio tranquillo della tua casa. Assumi una posizione comoda, né troppo rigida né troppo rilasciata.
Scorri il tuo corpo, dai piedi alla testa, in ogni sua parte. Lascia che si rilassino i punti più tesi. Hai già sperimentato la sensazione della solidità di una grande montagna e la flessibilità di un fragile papavero.
Visualizza ora nella tua mente l’oceano, con il suo maestoso e solenne movimento. Non è un mare tempestoso, ma calmo e cadenzato dalle sue onde ritmiche.
Senti il tuo corpo come abitato dall’oceano dell’energia che si muove dentro di te. Regolarizza il tuo respiro, perché sia come le grandi onde calme che danzano sul mare senza incresparlo. Il tuo respiro lento e solenne ti permette di accogliere la presenza eterna dello Spirito che ti abita e si lascia cullare dal tuo abbraccio.
Pagine bibliche
Testo biblico: Luca 23,44-47
Inno: Filippesi 2,6-11
Parole tra vangelo e vita
Il Natale di Gesù non si può comprendere senza la sua morte e risurrezione. Per strano che sembri.
Lo sapevano bene gli iconografi che scrivendo le immagini sulle tavole di legno, con pitture colorate, ritraevano sovente la culla come un sarcofago, la grotta come la tomba vuota e Gesù avvolto nella fasce della sepoltura.
Persino i Bambinelli dei presepi tradizionali sono solitamente ritratti con le braccia aperte, come a rimandare al Gesù adulto crocifisso.
Gli iconografi e i maestri presepiali non avevano inventato niente. Di fasce si parla anche nei vangeli (Lc 2,7) e il dono della mirra (Mt 2,11) richiama l’unguento sepolcrale.
Questo a riconferma di come i racconti dell’infanzia di Gesù siano sofisticate e simboliche elaborazioni teologiche, piuttosto che reportage giornalistici. Il loro intento è dire chi fosse Gesù.
Il legame teologico tra il Natale e la morte in croce di Gesù si trova proprio nel fatto che è proprio l’epilogo cruento che sigilla la vita intensa e appassionata di Gesù, consegnando a chi lo seguiva la chiarezza di un’identità assolutamente sorprendente: nell’umanità di Gesù il divino narra le sue potenzialità più vive.
Nella sua umanità si percepisce il respiro di una libertà che va incontro finanche alla sofferenza e alla morte nel segno della fiducia: «Padre, nelle tue mani rimetto il mio spirito» (Lc 23,46).
La scena della crocifissione è oscurata da un’eclissi, simbolo del dramma che Gesù vive. E sembra alludere al dolore col quale anche la natura partecipa al momento della morte di Gesù.
A questo punto del racconto, Luca ci mostra uno spettatore qualsiasi, presente alla scena per lavoro, probabilmente stanco e provato dall’impegnativa esecuzione: è un centurione romano.
Non conosciamo la sua nazionalità: l’impero arruolava militari da ogni suo angolo, ma sappiamo che non è un giudeo e neanche un credente in Gesù.
Davanti a quella morte esclama: «Davvero quest’uomo era giusto!». Lo riconosce giusto, secondo una sensibilità biblica. Marco farà dire all’analogo personaggio: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!» (Mc 15,39).
Le due categorie bibliche – il giusto e il figlio di Dio – richiamano concetti similari, come a dire che, chi moriva sulla croce, era un uomo di Dio.
E allora io vorrei parafrasare le parole del centurione. Invece di fargli dire «Davvero quest’uomo era giusto!», vorrei fargli
esclamare: «Davvero questo è l’uomo giusto!».
Questo è l’uomo giusto per comprendere chi sia Dio. Lui è l’uomo di cui avevamo bisogno per comprendere il volto del Dio che ora abita la storia.
Il velo del tempio si squarcia perché Dio non è più relegato tra mura sacre. Dio ha sfondato le porte dei luoghi di culto e abita la storia.
Gesù è colui che rivela il volto di questo Dio persino mentre è appeso al patibolo della morte. Non perché assume la morte con rassegnazione e neanche perché morendo espia i nostri peccati.
La nostra teologia non può accettare né la rassegnazione davanti ai prepotenti della storia, né tantomeno il sadico appagamento di un Dio sanguinario e vendicativo che reclama una morte per dare salvezza e perdono.
L’umanità di Gesù lascia trasparire lo stile di Dio perché Gesù muore senza coltivare rancore verso alcuno: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34).
Muore con parole di speranza sulle labbra: «Padre, nelle tue mani rimetto il mio spirito» (Lc 23,46). Muore abbandonandosi in un abbraccio eterno con quel Dio che ha caparbiamente presentato come Abbà, padre e madre amorevole e vicino.
La sua morte completa il quadro di quell’umanità libera e solidale che il Natale ci consegna.
Possiamo accogliere questo dono con gratitudine e senso di sollievo: la nostra umanità è amata profondamente. Ed è questo amore che ci apre alla crescita e alla maturazione piena della nostra umanità.
Perché solo l’amore è convincente, solo l’amore è trascinante, solo l’amore è trasformante. E Gesù mostrò di amare e perdonare le persone quando queste non sembravano meritevoli di amore né chiedevano perdono.
La sua umanità ci racconta quanto è amata la nostra che, come la sua, tante volte è fuori posto, è spesso tentata, è continuamente chiamata alla condivisione e insistentemente incoraggiata a schierarsi, per poter divenire finalmente un dono di amore.
Invocazione
Abbracciami, Signore!
Gesto
Puoi segnare col tuo pollice una croce la tua fronte: la tua mente si apre a soluzioni nuove. Poi le tue labbra: la tua bocca si schiude a parole autentiche. Poi il tuo cuore: la tua capacità relazionale si lascia benedire per accogliere e includere senza pregiudizi.
Se lo desideri, puoi scambiare questi gesti con una o più persone che ti sono accanto.
Parole in ricerca: Paolo Squizzato
Arrivato a questo punto della mia vita umana e spirituale, ritengo la preghiera – attestazione ultima della mia umanità – non un domandare per avere, ma un aprirmi per essere.
Atto di povertà disarmante: nello spazio di me lasciato disponibile, nella mia non-resistenza, posso fare finalmente esperienza dell’azione dello Spirito che può manifestarsi, avvolgermi e trasformarmi.
(P. SQUIZZATO, ed., La goccia che fa traboccare il vaso.
La preghiera nella grande prova, Gabrielli Editori,
San Pietro in Cariano [VR] 2020, p. 15).
Una parola da meditare
Puoi nuovamente fare tua una parola del vangelo letto oggi.
Torna a prendere contatto col tuo corpo, in un tempo di silenzio e uno spazio tranquillo.
Regolarizza il tuo respiro come onda calma dell’oceano.
Avverti la tua energia vibrante e lascia che il respiro scandisca col suo ritmo pacato la tua consapevolezza di essere dimora dello Spirito santo.
Lascia che il tuo respiro ospiti la parola che hai fatto tua.
Il percorso di riflessione e meditazione orante si è concluso. Ora non resta che celebrare il Natale, anche intorno alla mensa festosa. Quel che serve è una benedizione della tavola di Natale: eccola qui!


