Eccoci alla quarta tappa del nostro cammino verso la soglia del Mistero. L’umanità di Gesù torna ad essere trasparenza del volto di Dio. Prepariamoci a scoprire come.
Entrare in preghiera con il corpo
Prenditi un tempo di silenzio, in uno spazio tranquillo della tua casa.
Assumi una posizione comoda, né troppo rigida né troppo rilasciata.
Visualizza nella tua mente un papavero. Si tratta di un piccolo fiore di campo, dallo stelo esile e flessibile, con la corolla sempre affamata di sole. Osserva la sua fragilità e la sua elasticità. Vive il momento presente. Gode semplicemente nell’essere nel suo campo, abbracciato dal sole e grato per la pioggia.
Senti il tuo corpo come un papavero. Sentine la fragilità e la flessibilità. Lascia che i pesi del passato e le preoccupazioni per il futuro cadano. Come un piccolo fiore, grato di esserci e affamato di sole, orienta il suo sguardo interiore verso Dio, il sole della tua vita.
Regolarizza il tuo respiro, trasformandolo in una invocazione dello Spirito perché accarezzi il tuo esserci nella sua fragilità e nella sua duttilità.
Pagine bibliche
Inno: Efesini 2,14-20
Testo biblico: Lc 12,49-53
Qualche parola di commento tra vangelo e vita
Il Natale è spesso presentato come la festa della pace. Ben gli si addice il linguaggio paolino della Lettera agli Efesini di cui abbiamo cantato l’inno (Ef 2,14). E certamente questo orizzonte di serenità ci rassicura maggiormente, visti i tempi ansiogeni che viviamo, per i quali una camomilla è sempre gradita.
Eppure il vangelo racconta anche altro. E sembra contraddire radicalmente quanto abbiamo letto nell’inno. Luca riporta espressioni forti di Gesù: parla di fuoco che impazientemente vorrebbe vedere divampare. Il fuoco richiama la purificazione necessaria, allude il giudizio su chi opprime i fragili, invoca una novità da portare.
Gesù parla di una divisione radicale, che recide anche i legami più intimi. Richiama a un conflitto insanabile. Matteo, proponendo gli stessi pensieri di Gesù, usa un’espressione esplicitamente bellicosa: parla di spada (Mt 10,34).
Che ne è allora del Gesù pacifista? Di colui che non scelse mai la violenza?
Il testo biblico appena ascoltato non nega la pace, bensì la ridefinisce. Non è in contrasto con le parole dell’inno della Lettera agli Efesini: le completa.
La pace di Gesù non è il pacifismo a buon mercato. Non è far finta di niente perché tutto continui a procedere indisturbato. Non è neanche sorvolare sulle difficoltà ignorando gli ostacoli.
La pace di Gesù è il frutto dell’accoglienza della sua stessa lotta. Gesù ha scelto modalità nonviolente, ma è un uomo che ha conosciuto la lotta. Non la lotta per emergere, farsi rispettare, essere dichiarato leader delle folle. Questo lo abbiamo già visto nel racconto simbolico delle tentazioni nel deserto.
La sua è stata sempre la lotta per il diritto di esserci. Il diritto di essere riconosciuti, rispettati e amati per il semplice fatto di esserci. La sua lotta comincia dunque a favore degli esclusi, dei quali Gesù ha sempre mostrato di prendersi cura. Perché ogni lotta per una società più equa inizia volgendo lo sguardo a chi è estromesso dai diritti fondamentali: vivere, amare, esprimersi, collaborare al bene di tutti.
Gesù lotta contro gli stereotipi teologici di un Dio tappabuchi che interviene per risolvere le situazioni al posto nostro, quelle che dovremmo affrontare con la nostra responsabilità. Anche un certo modo di vivere la fede in Dio può essere deresponsabilizzante, convincendoci di essere infanti incapaci di costruire un mondo migliore.
Gesù invece fa sua una lotta che scomoda e che chiede da che parte stare. Lo chiede anche a noi. A me e a te.
Gesù ha fatto la sua scelta. Lui è dalla parte di Dio. E, per strano che possa apparire a certi benpensanti, la parte di Dio è la parte degli uomini e delle donne. È quanto ci ha mostrato con la sua vita. È la parte dei diritti riconosciuti, del rispetto dato, della libertà affermata.
L’umanità di Gesù ci mostra un Dio schierato fermamente per l’accoglienza della specifica originalità di ognuna e ognuno. Gesù palesò questa scelta di Dio quando mostrò di abbattere i pregiudizi etnici, sessuali, religiosi, culturali.
In un’epoca patriarcale che le voleva le donne recluse nel recinto domestico, Gesù riconobbe alle donne il diritto di essere sue discepole (Lc 8,1-3; 10,41-42).
In una società nella quale i bambini e le bambine sono importuni e ininfluenti, Gesù li accoglie con disponibilità e, nonostante i brontolii dei discepoli infastiditi, li indica come esempio di sequela (Lc 18,15-17). Non perché puri, ma perché aperti al nuovo e desiderosi di crescere, pur nella loro vulnerabilità.
In un tempo nel quale le persone malate erano considerate maledette da Dio, punite per i loro peccati, impure, Gesù si lascia avvicinare e toccare da loro, non le evita, anzi si accorge della loro presenza e interviene con gesti di inclusione e accoglienza.
In una società classista e etnocentrica che considerava gli schiavi come oggetti dei quali disporre e gli stranieri come disprezzabili, Gesù compì un prodigio di vita per il servo di un centurione straniero (Lc 7,1-10). Mostrò così il rispetto per le persone, qualunque fosse il loro stato sociale e la loro etnia. E non espresse alcun giudizio sul tipo di relazione tra il centurione e il suo servo, alla quale i racconti evangelici sembrano alludere.
Gesù guardò solo e sempre la persona. E, stando ai racconti dei vangeli, egli stesso crebbe in questa consapevolezza, imparando dagli incontri, ascoltando le storie e incrociando gli sguardi della gente.
La Lettera agli Ebrei illustrerà questo processo con la frase: «Imparò l’ubbidienza dalle cose che soffrì» (Eb 5,8), come a dire che imparò ad obbedire alla voce di Dio dagli eventi che visse. La sua umanità si lasciò interpellare e si aprì sempre di più allo Spirito che lo abitava, divenendo trasparenza di Dio stesso.
Gesù si è schierato. Se anche noi vogliamo schierarci con lui dalla parte di Dio – e dell’umanità intera –, non dobbiamo avere paura di entrare in conflitto coi sistemi nei quali viviamo. Gesù parla di un conflitto familiare. Ma possiamo intenderlo anche come un conflitto sociale. Non dobbiamo avere paura di urtare le strutture sociali ingiuste. Se l’amore di Dio è principalmente un’esperienza intima, la fede non è mai esperienza intimistica.
La fede nel Dio di Gesù Cristo ha sempre una dimensione politica, perché esige un impatto sulla società e chiama in causa le nostre relazioni. E ci chiede da che parte stiamo. Se siamo schierati per i diritti di tutti e tutte o se vogliamo continuare a mantenere l’esistente.
Quando diventeremo quel fuoco che purifica che Gesù sognava fosse già acceso? Quando saremo quel fuoco che porta la novità eterna dell’amore di Dio per ciascuna persona così come è? È quell’amore che spinge a migliorare, a lasciare strade di egoismo e chiusura, a intraprendere con coraggio e tenacia la lotta di Gesù.
È questa la lotta che genera la pace vera e profonda, la pace del cuore che nessuno ci potrà mai strappare. Si tratta della pace che è il frutto dell’amore di Cristo. Come dice Paolo scrivendo ai Romani:
35chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione? Forse la ristrettezza? Forse la persecuzione? Forse la fame? Forse la nudità? Forse il pericolo? Forse la spada?
37In tutto questo siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. 38Sono infatti persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né realtà presenti, né realtà future, né potenze, 39né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù nostro Signore.
(Rm 8,35.37-39)
Invocazione
Rinnova il mio coraggio, Signore!
Gesto
Scrivi su un piccolo cartoncino l’esperienza più bella che hai vissuto nel tuo cammino di fede, nonostante il suo costo. Appendilo sulla carta del cielo del tuo presepe, o accanto alla capanna. È la stella che puoi seguire per non perdere la rotta della via del Signore.
Parole in ricerca: Gianni Marmorini
Questa immagine di un Dio invincibile che arbitrariamente decide di ascoltare o meno la preghiera dell’uomo nella sua fragilità, sembra venir meno e potremmo accorgerci che l’atto del pregare non caratterizza tanto l’uomo di fronte a Dio, ma il contrario: è proprio di Dio pregare l’uomo. Siamo abituati infatti a pensare gli imperativi della Scrittura come a dei comandi da eseguire, ricordiamo però che l’imperativo è anche il modo della speranza.
Forse fa paura abbandonare in noi stessi l’idea di un Dio che muove i fili della storia, ci si può chiedere con smarrimento cosa ne resti. Resta il Dio che possiamo portare ognuno di noi, quello che usa le nostre mani, il nostro corpo, il nostro sorriso, e che così agisce nella storia.
(P. Squizzato, ed., La goccia che fa traboccare il vaso.
La preghiera nella grande prova, Gabrielli Editori,
San Pietro in Cariano [VR] 2020, pp. 45.47)
Una parola da meditare
Le parole di commento al testo hanno forse aperto varchi nuovi di senso. Porta con te la parola che ti interpella maggiormente.
Recupera un nuovo tempo di meditazione, stavolta completamente silenzioso.
Torna a visualizzare il piccolo papavero nel campo. Lascia che il soffio dello Spirito che anima il tuo respiro lo faccia danzare lentamente sul suo stelo elastico. Lascia che la parola scelta abiti il tuo corpo, il tuo cuore, la tua mente e il tuo respiro con la stessa gratuità di un fiore di campo che gioisce per il solo esserci, davanti al suo sole.




