Continuiamo il nostro percorso verso la soglia del Mistero, entrando dalla porta dell’umanità di Gesù come trasparenza di Dio.
Entrare in preghiera con il corpo
Prenditi un tempo di silenzio, in uno spazio tranquillo della tua casa.
Assumi una posizione comoda, né troppo rigida né troppo rilasciata.
Visualizza nella tua mente una montagna. Osserva la sua consistenza, la sua forza, la sua stabilità. Le nuvole passano su di lei, ma non la turbano.
Senti il tuo corpo come una montagna. Sentine la consistenza, la forza, la stabilità. Lascia che i pensieri pesanti e le preoccupazioni passino su di te, senza trattenerli.
Invoca lo Spirito perché, come soffio di vento potente, le spazzi via. Fallo, respirando profondamente: accogli lo Spirito e lascia che ti liberi la mente, il cuore e il corpo da ogni affanno.
Pagine bibliche
Inno: Isaia 25,6-9
Testo biblico: Luca 9,10-17
Qualche parola di commento tra vangelo e vita
Il testo di Isaia, cantato nell’inno (Is 25,6-9), descrive un sogno. Il sogno dei fragili della storia: mangiare a sazietà in una grande tavolata in festa, senza nemici e paure. Caparra di una vita dalla quale sarà bandita la morte per sempre.
Mangiare e stare bene non sembrano essere stati i perni della predicazione tradizionale. E, per dirla tutta, forse neanche mangiare insieme e stare bene con gli altri. Sembra che i detentori del potere religioso preferiscano parlare di santità, di purezza, di culto, di leggi, di volontà di Dio e di paradiso da conquistare, come premio finale di una vita trascorsa magari nel sacrificio.
Sostanzialmente era così anche al tempo di Gesù.
Ma lui si è distanziato da quella predicazione, in modo sorprendente.
Tanto per cominciare, Gesù non si recava dai sazi della vita. Frequentava invece gli sbagliati della storia. Lui che era entrato nella storia dalla porta sbagliata, quella della marginalità, scelse di fare di quel popolo di fragili i propri compagni e compagne di viaggio.
Le donne finite nel tritacarne del patriarcato. Gli uomini posti ai margini del sistema produttivo. Le persone che campavano di espedienti o lavoravano duramente per un pezzo di pane con cui mantenere se stesse e spesso la propria famiglia.

A questa gente, Gesù non promise un paradiso futuro dopo la morte. Con questa gente, Gesù mangiò.
Era il suo modo di vivere il rapporto coi beni, con gli altri e con se stesso nella logica del dono, della condivisione, della speranza. Quel modo che Luca ci aveva presentato con l’episodio delle tentazioni nel deserto. Gesù continuava così a costruire la sua umanità, nella logica di apertura e libertà. E così facendo raccontava Dio.
Non del Dio dei riti solenni, delle penitenze infinite, delle leggi severe.
Forse è all’ombra di quel Dio che ci hanno introdotto all’esperienza religiosa.
Per Gesù Dio non è così. Gesù distrugge le nostre immagini distorte di Dio: anche e soprattutto quando sono demoniache, ossia inquietanti, atterrenti, inibenti.
È strabiliante per certi versi constatare l’insistenza di Gesù sulla cura della vita concreta delle persone che incontrava, della loro salute.
Nelle sinagoghe guariva invece di pregare. Era il modo più chiaro di spiegare cosa fosse il Regno di Dio per lui.
Nel testo che abbiamo letto, Gesù è in una campagna desertica, con una folla numerosa che lo segue ormai esausta. Con questi uomini e queste donne condivide la notizia di una gioia grande: Dio sogna di vederci felici. Per dare corpo a queste parole, sempre tanto sfuggenti e talvolta persino equivoche, mostra la condivisione che sfama, sazia e allieta il cuore.
Rivelava così a tutti e tutte che, quel sogno narrato dai profeti, è anche il sogno di Dio. È lui che desidera sedere a mensa con noi, fragili della storia, e regalarci momenti interminabili di festa e gioia. Presagio di una vita senza fine, non più minacciata e spezzata dalla morte.
Lo scenario evocato è ancora quello del deserto. Il deserto, nella cultura biblica, non era solo il luogo di morte e vuoto che tutte le culture antiche conoscevano. Era il luogo di morte e vuoto nel quale Dio aveva mostrato di essere presente, operante e vicino. Secondo le attese di salvezza, il deserto era il luogo nel quale il Messia sarebbe arrivato.
Quei cinque pani e due pesci diventano allora la base del banchetto messianico. Cibo povero, essenziale, ma genuino e nutriente. E soprattutto abbondante. Perché i profeti avevano parlato del tempo messianico proprio come tempo di sazietà.
E Gesù, lungo tutto il banchetto, si mostra come l’uomo esperto di banchetti.
Inizia il suo ministero a un pranzo di nozze, dal quale tutti uscirono un po’ brilli per un vino eccezionale ma assolutamente credenti (Gv 2,1-11). Lo finisce in una cena pasquale, carica di succulente portate dal valore simbolico, tra le quali sofferma la sua attenzione su quelle più quotidiane: un pane non lievitato e una coppa di vino rosso (Lc 22,7-20).
Ne farà segni di una logica di dono e abbraccio, segni di un banchetto di festa dal quale nessuno dovrebbe mai essere escluso. Presagio e caparra del banchetto eterno, nel quale la morte non è invitata, ma è anzi bandita come ospite indesiderata e inopportuna.
Lungo la sua vita, condivide la mensa con gli esclusi, i pubblici peccatori, i reietti della società. La sua convivialità diventa un tratto essenziale. Per dirla tutta, il digiuno non sembra essere una specialità di Gesù, che anzi viene criticato per l’assenza di prassi penitenziali (Lc 5,33). Gesù stesso sa che la gente lo definisce uno che «mangia e beve», anzi, per essere più precisi, «un mangione e un beone, amico degli esattori e dei peccatori» (Lc 7,34). Raramente descrizione fu più appropriata.
I banchetti diventano allora il suo racconto plastico del cuore di Dio, la sua illustrazione di cosa Dio sogni per noi: la festa della vita, la festa della tenerezza.
Questa festa comincia dall’umanità attenta e prossima di Gesù. La sua umanità ci educa alla logica della condivisione, nell’inclusione degli sbagliati e dei feriti della storia. Ci educa a includere nel nostro abbraccio anche la nostra umanità quando la sentiamo sbagliata o la sappiamo ferita.
Invocazione
Insegnami la festa della tenerezza, Signore!
Gesto
Dai una carezza o un abbraccio. Accarezza anche semplicemente il tuo volto e stringiti tra le braccia. Se puoi e lo desideri, regala una carezza o un abbraccio a chi ti sta accanto. Sarà un esercizio di tenerezza, il segno del tuo desiderio di prenderti cura di te e delle tue relazioni. L’accoglienza della tenerezza di Dio nella tua vita.
Parole in ricerca: Antonietta Potente
Metto subito in chiaro che la preghiera nei momenti di difficoltà non è un antidoto, un vaccino o un parafulmine per salvare noi, il nostro popolo, i nostri pochi amici e familiari. Cerco invece quella preghiera che raccolga il dolore manifesto e segreto di tutte e di tutti, persino degli animali, delle piante.
Quella preghiera che è l’amalgamarsi interiore di sentimenti umanissimi tra: memoria, nostalgia, desiderio, fame e sete, bisogno di cura.
(P. Squizzato, ed., La goccia che fa traboccare il vaso.
La preghiera nella grande prova, Gabrielli Editori,
San Pietro in Cariano [VR] 2020, p. 67)
Una parola da meditare
Ora che la Parola ha un orizzonte forse più nitido, portala con te in un nuovo tempo di meditazione, stavolta completamente silenzioso.
Torna a prendere per te un tempo di silenzio e uno spazio tranquillo. Riprendi l’immagine della montagna e sentila come spazio del tuo esserci. Lascia che il tuo respiro spazzi via le nuvole delle preoccupazioni. Invoca col tuo respirare lo Spirito che ti abita e vuole restare con te, rivelandoti la presenza del Dio vicino e amante.




