Nel primo appuntamento alla soglia del Mistero, entriamo in un clima meditativo e orante, andando incontro al Dio che si fa vicino e si lascia rivelare dall’umanità di Gesù. Oggi la riscopriamo come un’umanità fuori posto.
Entrare in preghiera con il corpo
Prenditi un tempo di silenzio, in uno spazio tranquillo della tua casa.
Assumi una posizione comoda, né troppo rigida né troppo rilasciata.
Percepisci il tuo corpo. Scorrilo in tutte le sue parti, iniziando dai piedi fino alla testa.
Regolarizza il tuo respiro, inspirando ed espirando lentamente.
Pagine bibliche
Inno: Isaia 12,2-6
Testo biblico: Luca 2,1-7
Qualche parola di commento tra vangelo e vita
Luca ama imitare il linguaggio biblico e quello storiografico del suo tempo. Enfatizza in questo modo il legame tra quanto narra e il Primo Testamento. Lo fa anche stavolta, introducendo solennemente ciò che sta per narrare. Richiama così i nomi dei politici più illustri di quel tempo.
Eccoli. In primo luogo Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, imperatore dal 27 a.C. al 14 d.C. di un territorio esteso, nel quale la Palestina non era che una zona marginale, una periferia. E a seguire Publio Sulpicio Quirinio, governatore romano nelle province di Siria e Giudea nel 6 d.C.
Il potere politico dominante ordina un censimento. Niente di più normale per la nostra società contemporanea. Nella prospettiva biblica, però, il censimento è considerato un atto di alterigia. Quando fu compiuto da sovrani ebrei, come Davide, venne condannato dalla Bibbia in quanto segno della mancanza di fiducia in Dio, ed ebbe conseguenze nefaste (2Sam 24,10-17). Contarsi vuol dire infatti valutare le proprie risorse e confidare solo in esse.
Quando il censimento è promosso, come in questo caso, da dominatori stranieri, è anche un atto di predominio: è infatti la rotella di un complesso ingranaggio di corruzione e oppressione.
Contando gli uomini dei popoli conquistati e le loro famiglie, il dominatore li considera come pedine sulla grande scacchiera dell’impero. E calcola l’entità delle tasse che può imporre a ogni provincia dell’impero.
Le tasse erano gestite dal sistema dei pubblicani.
I pubblicani – il cui nome fa riferimento al tesoro pubblico – garantivano la raccolta dei tributi romani, in un sistema a più livelli. A Roma, i grandi appaltatori delle imposte si garantivano la riscossione delle tasse di una data provincia, acquistandone il credito dall’imperatore. Quindi passavano il credito al livello sottostante, quello degli ufficiali supervisori, come Zaccheo, maggiorando la richiesta economica. All’ultimo livello, i pubblicani locali, come Levi, esigevano tasse ancora più esose.
Alla fine dei conti, questo sistema di riscossione dei tributi causava un peso fiscale spaventoso sul popolo, gravato del 400% delle effettive tasse che avrebbero dovuto pagare per soddisfare l’iniziare richiesta dell’imperatore. Il censimento era dunque il primo tassello di un mosaico di corruzione e oppressione.
Probabilmente Luca sa di sbagliare nel collocare quel censimento una decina di anni prima che avvenisse (sappiamo che Gesù nacque intorno al 7 a.C., mentre il censimento in Giudea fu successivo al 6 d.C.). In questo modo, costruisce per la nascita di Gesù una cornice storica niente affatto santa. Il contesto sociale e politico nel quale Gesù nacque risulta così problematico, segnato da gravi ingiustizie e spaventosi divari economici.
Luca crea così un contrasto forte tra i potenti che si mostrano prepotenti e l’Onnipotente che si manifesta nella fragilità. Infatti, se da una parte abbiamo gli oppressori romani, dall’altra abbiamo figure minori e insignificanti.
Si tratta di Giuseppe, discendente povero del nobile casato regale di Davide, e la moglie Maria, di cui stavolta non si cita neanche il nome. I due si contrappongono al potere dominante anche perché, mentre nei potenti agisce la logica oppressiva della morte, in loro agisce la vita con la sua incontrollabile e inarrestabile forza generativa.
È così che quella giovane partorisce al momento sbagliato.
E in un luogo sbagliato.
Non in una casa, ma in uno spazio indecifrabile, di cui abbiamo solo la precisazione della presenza di una mangiatoia per animali. Il primogenito di questa coppia non nasce nella propria città, circondato dalle cure della famiglia allargata. Nasce fuori sede, senza una cinta protettiva e affettiva.
Non c’era posto per loro. Probabilmente Luca non si sta limitando a dire che una locanda poteva offrire poca riservatezza a una donna che partorisce. Luca probabilmente vuole alludere ad altro. Se infatti pure colloca la nascita di Gesù nella nobile e vaticinata Betlemme, oggetto di antiche profezie messianiche relative a Davide, indica praticamente che Gesù entrò nella storia dalla porta sbagliata. Quella degli ultimi, dei fuori sede, dei migranti, dei fragili.
La sua umanità fu accolta da due giovani anonimi della storia, volti come tanti, persi nel vortice del potere dominante e oppressivo.
Forse per questo Luca sentì il bisogno di riempire quei vuoti coi canti degli angeli in festa. Certamente anche per dirci che quella condizione non è invisa a Dio. Dio non sceglie i palazzi dei ricchi e dei sazi, non le residenze signorili brillanti di ori e preziosi. Dio abita la storia nella sua fragilità.
Questo abitare la storia si traduce per noi anche nella capacità di abitare il nostro spazio, la nostra storia, anche quando è una storia contraddittoria, ferita. Quante volte ci sentiamo fuori posto! Nel nostro corpo, nelle nostre relazioni, nelle circostanze della vita.
Il Natale ci racconta che l’essere fuori posto è la condizione che Dio ha scelto per sé. Dio si sente a suo agio nella fragilità. Ce lo ha raccontato attraverso la nascita fuori posto di Gesù.
Questo Natale ci invita allora ad abitare il nostro spazio. Cominciando dal nostro corpo. Se Dio ha scelto di raccontarsi attraverso l’umanità di Gesù di Nazaret, diventa per noi importante riscoprire la forza e la bellezza del nostro esserci nella corporeità.
Abitare il nostro corpo, e anche abitare il nostro spazio umano.
La pandemia ha ridisegnato i confini della nostra quotidianità. Abbiamo dovuto riscoprire la nostra casa come spazio primario e prioritario. Nei mesi del lockdown ne abbiamo forse addirittura contato i metri quadri, i centimetri e gli angoli più nascosti.
Forse l’abbiamo detestata. Forse abbiamo imparato a rileggere i suoi confini con gratitudine. La nostra Pasqua domestica ha segnato profondamente anche il modo di sentirsi Chiesa, comunità credente e orante.
Ora che il Natale si avvicina, ci è offerta una nuova possibilità di riscoprire le radici domestiche della nostra fede e della sua celebrazione. Questo ci offre la meravigliosa opportunità di unificare gli orizzonti: non ci sono più gli spazi per pregare e gli spazi per vivere. La duplicità spaziale è azzerata. E con essa la duplicità della nostra vita. E persino la sua doppiezza.
Ora esiste un solo spazio. Il nostro. E il nostro è uno spazio abitato. Da noi e da Dio. Il Dio che abita la nostra quotidianità, la nostra ferialità, la nostra banalità.
Per fare spazio a Dio, abbiamo anche giocato con la tisana del finocchio, con la sua capacità di liberarci dai pesi superflui.
Gesù non trovò spazio nel suo venire al mondo. Eppure la sua nascita ha ridisegnato lo spazio, lo ha colmato di presenza e di senso. Anche quando la nostra umanità appare fuori luogo o smarrita, ha un posto speciale nel cuore di Dio. È nel suo abbraccio amante e vitale.
E questo lo impariamo dall’umanità di Gesù, che diventa trasparenza della divinità, rivelazione dello sguardo di Dio che ci ama per ciò che siamo e sogna per noi la felicità piena.
Invocazione
Abita il mio spazio, Signore!
Gesto
Poni nel tuo presepe un piccolo oggetto che ti indica e ti rappresenta. Puoi farlo per ogni persona della tua casa. In quello spazio che il Figlio di Dio riempì con la sua presenza, ci sei anche tu, ci siete anche voi. Se infatti il presepe è il racconto del desiderio di fare posto a Dio nella nostra storia, è vero anche il contrario: il presepe rivendica il nostro diritto a esserci nella storia di Dio.
Meglio ancora: la nostra consapevolezza profonda e grata di esserci e sentirci a casa nel cuore di Dio.
Parole in ricerca: Silvano Nicoletto
Con infinita tristezza assistiamo in questi giorni al ritorno del vitello di metallo fuso. Trovo deplorevole che i pastori facciano mercato di consenso su aneliti sinceri del cuore e che invece di promuovere la preghiera dello Spirito, che unico conosce e scruta il nostro spirito, si ostinano nella preghiera del tempio.
Alla cialtroneria del mercato religioso possiamo opporre, testimoniando, una via di Preghiera. È la Preghiera del segreto della stanza, la preghiera dei gemiti dello Spirito che prega in noi, la preghiera dell’amore. La Preghiera che è sempre con noi per sostenerci nel diventare ciò che siamo, cioè umani.
(P. Squizzato, ed., La goccia che fa traboccare il vaso.
La preghiera nella grande prova,
Gabrielli Editori, San Pietro in Cariano [VR] 2020, pp. 64-65)
Una parola da meditare
Ti suggerisco di fare tua una parola del vangelo. Una che ha colpito la tua attenzione, la tua fantasia, la tua memoria, anche grazie al commento ascoltato.
Torna a prendere per te un tempo di silenzio e uno spazio tranquillo. Riprendi contatto col tuo corpo e regolarizza il tuo respiro. Lascia ora che la parola scelta riecheggi nel tuo respiro. Lascia che divenga invocazione del tuo corpo.
Scoprirai che la preghiera silenziosa della presenza è una preghiera ricca proprio perché povera. Non pretende, non rivendica, non chiede, non convince. È pura presenza davanti all’Eterno presente.





