Una parola per la vita
La Quaresima continua a offrire spunti di riflessione, attraverso le pagine del vangelo. Come bussola, orientano il nostro sentire anche oggi. Così dopo spunti per la prima domenica di Quaresima, la seconda, la terza e la quarta, eccoci ora alla quinta.
Questa quinta domenica arriva a pochi giorni da un pronunciamento ufficiale della Chiesa cattolica romana sulla possibilità di benedire l’amore in tutte le sue forme.
E ciò è particolarmente interessante, perché il testo del vangelo sembra offrire un criterio che larga parte delle Chiese talvolta sembra dimenticare. Vediamolo!
Gesù porta della vita
20Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. 21Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». (Gv 12,20-21)
Alla Pasqua ebraica sono presenti anche persone provenienti dalla Grecia. Sono pagani? Il testo non lo precisa. Naturalmente, se sono a Gerusalemme per il culto, dovevano essere quanto meno proseliti, ossia pagani avvicinatisi al giudaismo, oppure giudei di nazionalità greca.
Ciò che il vangelo vuole precisare è però la loro provenienza geografica e il loro desiderio di “vedere Gesù”.
22Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. 23Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato». (Gv 12,22-23)
È quel desiderio, giunto all’orecchio di Gesù da un passaparola dei suoi seguaci, a suscitare una reazione entusiastica di Gesù. Egli annuncia infatti che la misteriosa figura messianica, con la quale si identifica, sta per ricevere la gloria del mondo intero. Il simbolo di questo allargamento di nazionalità e di prospettive è dato esattamente da quei Greci.
La parola “gloria”, nella Bibbia, porta l’eredità di uno dei significati del suo termine ebraico, kābōd, che indica anche il “peso”. La gloria di Dio si presenta dunque come il peso che Dio ha nella vita di ciascuna persona. La gloria, nel senso più greco di doxa, ha a che fare con l’apparenza maestosa di qualcosa.
Gesù dalla parte della vita
Ebbene, Gesù si compiace perché si avvicina l’ora nella quale la sua umanità (il Figlio dell’uomo) potrà manifestare con forza il peso di Dio nella storia.
Come lo farà? Con una incoronazione ufficiale, come fosse un re? Con una unzione rituale, come fosse un sacerdote? Con gesti simbolici riconosciuti pubblicamente, come fosse un profeta?
24«In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. 25Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. 26Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. 27Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! 28Padre, glorifica il tuo nome». (Gv 12,24-28a)
Gesù manifesterà la gloria del Dio eterno attraverso la fragilità della propria umanità: “un chicco di grano che muore”. Ma, precisa Gesù, quella fragilità rivela tutte le sue impressionanti potenzialità nel “molto frutto” che produce.
I predicatori e le guide religiose troppo spesso hanno amato questa metafora di Gesù per incoraggiare la sottomissione al fato avverso e la rassegnazione davanti a qualcosa di ineluttabile.
Il chicco di grano che muore è diventato il simbolo del sacrificio fine a se stesso, come ha spesso amato una certa retorica cattolica disumanizzante.
Ma Giovanni è chiaro: la gloria di Dio, il peso della sua importanza nella vita di ogni persona, si è mostrata nella tenacia con la quale Gesù ha perseguito il suo fine, anche affrontando la feroce avversione di chi in quel momento deteneva il potere sacrale, fino alla croce.
Gesù ha pagato con la propria vita per mostrare a tutti che il sogno di Dio per noi è la pienezza della vita.
Il legalismo non porta vita
Gesù ha sfidato l’istituzione religiosa del suo tempo, perché l’ha percepita disumanizzante, ossia poco attenta alla vita concreta delle persone, poco interessata alla loro reale felicità e troppo concentrata sulla dettatura di norme morali e cultuali di controllo.
Giovanni ribadisce sovente questo concetto, riproponendolo anche attraverso il simbolismo dei segni compiuti da Gesù.
A Cana la sterilità della Legge di Dio strumentalizzata è presentata con l’immagine delle sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei (Gv 2,6): sono sei – numero incompleto –, sono di pietra, come il cuore indurito di chi non si apre a Dio.
Gesù porta il vino della festa (Gv 2,7-10).
L’oppressione di un certo modo di proporre la Legge è riproposta nei cinque portici della Piscina vicina alla porta delle Pecore, chiamata in ebraico Betzatà (Gv 5,2).
Lì sotto sono relegate le persone ritenute marginali e impure e quindi escluse dalla festa nel Tempio. In quel luogo, Gesù sana un paralitico e lo libera dalla sua barella, simbolo del sabato che, divenuto norma vessatoria, lo vorrebbe paralizzare anche interiormente.
La doppia moralità di un certo modo di intendere la Legge diventa evidente nel racconto della donna adultera, condotta con forza davanti a Gesù, dai benpensanti del tempo, “scribi e farisei” (presenza rara in Giovanni) che esigono giustizia davanti alla vita pubblicamente riprovevole di quella donna (Gv 8,1-5).
Gesù scrive a terra, irridendo la baldanzosa prepotenza dei detentori del potere religioso e poi risponde: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei» (Gv 8,7).
Sana un cieco (Gv 9) e ironizza sulla tracotanza con la quale i suoi interlocutori, scandalizzati, nel loro penoso legalismo, per la guarigione in giorno di sabato, pensano di vedere bene.
I veri ciechi sono proprio loro, ribatte Gesù (Gv 9,39).
Gesù parola di vita
E si potrebbe continuare a lungo. Ma non occorre al momento andare oltre.
Occorre solo ricordare quale è stata la scelta di Gesù, in risposta a certi pronunciamenti legalisti che, ancora oggi, ignorano la vita delle persone concrete per salvaguardare presunti valori non negoziabili.
La Quaresima ci incoraggia a stare dalla parte della vita, dalla parte di Dio, in fattiva attesa perché ciò che non umanizza perfettamente trovi i suoi tempi di maturazione, nella Parola di vita, che è Gesù.




1 Commento
Grazie, Annamaria, per i tuoi commenti così chiari ed illuminanti..