La teologia, come abbiamo già detto, è la riflessione su Dio. Presuppone quindi un sapere ragionato e un metodo scientifico. È una disciplina a tutti gli effetti, con una storia, vari strumenti, molte acquisizioni teoriche e tante prospettive di sviluppo perché, come sappiamo, si può cambiare idea su Dio.
Ma la fede ha bisogno della teologia? La fede non è dei semplici?
Che la fede sia per i semplici, sembrerebbe averlo chiarito lo stesso Gesù. Se apriamo i vangeli raccontatici da Matteo e da Luca, ci troviamo davanti a frasi di questo tipo:
21In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza». (Lc 10,27)
O anche
25In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. 26Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. (Mt 11,25-26)
Da una parte vi sono i nèpiois (i piccoli o, più esattamente, i semplici) e dall’altra i sofôn (i sapienti) e i sunetôn (i dotti, o meglio, gli intelligenti). Gesù sembra proprio contrapporli, chiarendo che solo i primi hanno ricevuto la vera rivelazione.
Ciò che abbiamo letto parla da sé ed è decisamente evidente, no? Certamente, ma non va trascurato un dettaglio: ciò che abbiamo letto è inserito in un contesto narrativo e da quello trae buona parte del suo senso. Se infatti, per esempio, io dico «Smettila!», non è lo stesso se sono in compagnia del mio cane che mi fa le feste o in presenza di un rivale che mi prende a schiaffi. La stessa espressione avrà valenza giocosa e sotto sotto incoraggiante nel primo caso, mentre ne avrà una respingente e ostile nel secondo.
Il contesto di un testo è quindi necessario a comprendere con più chiarezza ciò che viene effettivamente detto. La comunicazione è un processo complesso, perché formato da più elementi.

Dunque, per venire alla frase di Gesù, scopriamo forse con un certo stupore che i due vangeli la collocano in situazioni differenti.
Nel racconto di Luca, la frase di Gesù è preceduta dall’entusiasmo dei discepoli che tornano dalla loro prima missione. Orgogliosi per quanto avevano compiuto, quasi scambiandosi complici gomitate di intesa, dicono a Gesù:
«Signore, anche i demòni si sottomettevano a noi nel tuo nome» (Lc 10,17).
Gesù partecipa alla loro gioia, ma da buon educatore corregge il tiro:
«Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10,20).
Nel racconto di Matteo, la situazione nella quale Gesù pronuncia quella frase è un’altra. Gesù stava parlando alle folle, rimproverando l’incapacità di riconoscerlo come portatore del volto di un Dio che ama gli esclusi:
«È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone, amico di pubblicani e di peccatori”. Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie» (Mt 11,19).
In entrambi i contesti, Gesù ha da ridire con qualcuno che pensa di essere molto sapiente e intelligente. Stando a Matteo, chi non riconosce Gesù; secondo Luca, i discepoli stessi abbagliati dall’orgoglio. È interessante anche notare che Matteo fa concludere la frase di Gesù con un chiaro riferimento alla sapienza, vista come elemento positivo.
La frase di Gesù nella quale polemizza con i sapienti e gli intelligenti ha dunque una buona dose di ironia. Ce l’ha con chi “ritiene” di essere sapiente e intelligente, ma di fatto non lo è. O, almeno, non lo è sufficientemente per aprirsi alla rivelazione di Dio.
Il problema non è dunque chi riflette su Dio e cerca di comprenderlo profondamente, ma chi pensa di essere già arrivato per un successo personale esaltante (come i discepoli, in Matteo) e chi non riesce a vedere nelle scelte concrete di Gesù la vicinanza amante di Dio.
Insomma, il problema non è fare teologia o meno.
E questo per una validissima ragione.
La fede è una relazione, la relazione col Dio vivo. Ogni relazione cresce coinvolgendo la persona nella sua globalità. Non viviamo relazioni solo di testa, né solo di cuore. Pensiamo e sappiamo cose di chi amiamo e, allo stesso momento – e proprio per quello che pensiamo e sappiamo – amiamo questa persona. Dunque la fede non è cosa di cuore o di testa. È cosa che coinvolge tutta la persona. La fede va pensata, nella teologia. E va vissuta, nella spiritualità.
“Semplice” è una cosa formata da un solo elemento. Le esperienze umane sono semplici, perché unificano. E la fede è per i semplici, ossia per quelli che vogliono mettere tutto se stessi in una relazione: testa e cuore, teologia e spiritualità.



