I volti di Dio e il Natale
Dio è violento o misericordioso? Siamo abituati a pensare che il Primo Testamento presenti un Dio spietato e crudele, mentre Gesù abbia mostrato il volto di un Dio misericordioso. Le cose stanno proprio così?
Il Natale ci mostra l’umanità di Gesù come spazio di rivelazione del vero volto di Dio.
Il Vangelo secondo Giovanni chiarisce che Dio non lo ha visto mai nessuno, ma Gesù è colui che ce lo ha rivelato (Gv 1,18). Il testo greco usa il termine exêgèomai, che significa far conoscere, parlare, interpretare, descrivere. Gesù dunque, con la sua umanità, racconta il divino. Per questo è riconosciuto Signore, investito da Dio come suo unico agente storico (Fil 2,9-11).
Un Dio mostrato Padre
Ma cosa ha mostrato Gesù di tanto speciale di Dio? Lo ha rivelato come Padre.
Era davvero una novità, nel contesto religioso di Gesù, pensare Dio con la categoria di Padre? In tutta sincerità, no.
A ben vedere, tutta la Bibbia presenta Dio come Padre. È vero che usa con parsimonia il termine Padre per chiamare Dio, riservandogli solo 15 ricorrenze, contro le circa 1.180 in cui invece lo usa per designare i padri terreni.
Di contro, la Bibbia usa volentieri l’espressione figli/figlio di Dio per riferirsi al popolo, fin dalla liberazione dall’Egitto (Is 63,8-9.16; 64,8), ma anche a persone specifiche che in qualche modo ne sono rappresentanti, come i re o i giusti. Ed è difficile negare che l’immaginario di Dio, presente nel Primo Testamento, sia costruito nel solco della paternità.
Il punto indispensabile per comprendere la specificità della rivelazione di Gesù è capire quale paternità la Bibbia ha in mente quando parla di Dio.
Certamente pensa alla paternità terrena esercitata dai capofamiglia del suo tempo, dotati di quelle prerogative e quei diritti che la società patriarcale riconosceva loro.
Coordinate culturali della Bibbia e ispirazione
Il fatto che la Bibbia sia nata in un contesto patriarcale e porti ancora chiari i segni di quella prospettiva sociale e relazionale non deve affatto scandalizzarci. La Bibbia venne scritta non sotto dettatura divina, ma per ispirazione.
L’ispirazione presuppone che chi scrive conservi completamente le proprie categorie culturali, sociali e relazionali, e voglia comunicare l’esperienza di fede che ha vissuto. Chi legge dovrà sempre entrare in quella esperienza e non assolutizzarla. Gli usi e le strutture sociali della Bibbia non sono Parola di Dio da ripetere, ma elementi culturali da comprendere per liberare i testi da tali condizionamenti.
Entriamo dunque nell’immaginario biblico della paternità, per scoprire come è presentato il maschio capofamiglia umano.
Il padre umano nelle culture patriarcali
Proprietario di beni
La prima prerogativa del padre terreno è il diritto di proprietà. Egli era il solo proprietario dei beni della famiglia che gestiva con autorità piena. Il libro del Siracide, tratteggiando il profilo di un padre rispettabile, chiarisce che non deve dare a nessuno potere su di sé: né al figlio, né alla moglie, né al fratello e né all’amico (Sir 33,20).
In questa logica, era impensabile che il capofamiglia fosse mantenuto dalla propria moglie (Sir 25,21): avrebbe perso potere, autorità e dignità. Il maschio di casa doveva essere l’unico gestore del patrimonio, termine che in italiano non a caso indica l’insieme dei beni del padre. Questa sua condizione gli dava in pratica il potere di vita e di morte sulla sua famiglia.
Proprietario della famiglia e suo educatore
Il padre era, in quanto marito, proprietario della moglie: il testo di Es 20,17 annovera la donna tra i beni del marito, insieme agli schiavi e agli animali in suo possesso. Sposare nell’ebraico del Primo Testamento è reso col verbo divenire padrone (Dt 24,1). E, in tre testi biblici, si parla esplicitamente del versamento del mohar – o prezzo nuziale – che il fidanzato paga al padre della futura sposa praticamente “comprandola” (Gen 34,12; Es 22,16; 1Sam 18,25).
Non è dunque strano trovare nei testi legislativi della Bibbia il divieto di avere rapporti sessuali con una delle mogli del proprio padre, considerata non come persona in sé da rispettare ma nudità di tuo padre (Lv 18,8).
La verginità della sposa rappresentava il sigillo della proprietà del marito, che così poteva essere certo di essere il legittimo genitore dei figli.
Il padre era proprietario anche dei figli, che egli proteggeva e educava alla vita sociale con fermezza, senza lesinare punizioni fisiche e senza perdersi in inutili tenerezze. Il libro del Siracide chiarisce ancora:
1Chi ama il proprio figlio usa spesso la frusta per lui.
7Chi accarezza un figlio ne fascerà poi le ferite.
(Sir 30,1a.7a)
Il libro dei Proverbi rincara la dose, precisando l’utilità delle punizioni fisiche:
13Non risparmiare al fanciullo la correzione,
perché se lo percuoti con il bastone non morirà;
14anzi, se lo percuoti con il bastone,
lo salverai dal regno dei morti.(Pr 23,13-14)
Padre e padrone
L’idea che la Bibbia ha di Dio come Padre si deve ricollegare alla paternità umana, vissuta come potere, diritto e guida ferma. Questo è l’orizzonte culturale di riferimento nel quale si configura e si elabora l’idea di Dio come Padre.
Dio, padre come i padri terreni
Dio è Padre perché la Bibbia lo pensa come proprietario, signore, giudice, severo educatore.
Dio proprietario della terra
Proprio come un padre umano, Dio è ritenuto il proprietario di beni, ma in modo assoluto: lui è il padrone della Terra. Per questo può decidere a chi andrà un determinato territorio. Così promette a Mosè:
17Vi farò salire dalla umiliazione dell’Egitto verso la terra del Cananeo, dell’Ittita, dell’Amorreo, del Perizzita, dell’Eveo e del Gebuseo, verso una terra dove scorrono latte e miele.
(Es 3,17)
Dio, come buon padre, penserà ai suoi e sfratterà gli altri popoli per dare la terra al suo popolo, perché è suo figlio.
Allo stesso modo, come padre responsabile, tutela e difende la propria famiglia dagli estranei, spesso ritenuti pericolosi nemici. In questa direzione, si configura l’idea del Dio violento nei confronti dei popoli nemici.
Ne sono un chiaro esempio le indicazioni della cosiddetta guerra santa che impongono di votare allo sterminio i popoli nemici (cf. Dt 20,13-18). Chi leggeva la Bibbia non si scandalizzava affatto: Dio agiva come un padre protettivo nei confronti dei suoi figli.
Dio educatore del popolo
Ancora: esattamente come un buon padre umano, Dio mostra il suo diritto relazionale sulla sua famiglia: nei confronti del popolo si mostra possessivo come un marito della propria moglie. La Bibbia lo definisce come un Dio geloso (Dt 4,23-24). Questa categoria passionale trova la sua ragione nell’idea del capofamiglia rispettabile che tiene sotto controllo le proprietà di cui dispone.
Allo stesso modo il Dio “Padre” interviene nella vita del suo popolo come unica guida e educatore: premia i figli virtuosi e castiga quelli ribelli e non lascia senza punizione, anzi castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione (Es 34,6-7).
Anche i fenomeni naturali, climatici, tellurici erano attribuiti alla azione divina, in un orizzonte prescientifico come è quello biblico. Quando gli uomini e le donne non sapevano ancora che il mondo fosse retto da leggi matematiche stabili, studiabili e prevedibili, ritenevano logico pensare che tutto dipendesse dall’intervento del grande Padre celeste che abitava i cieli. Pioggia, sole, terremoti, fulmini, siccità, bel tempo. Tutto corrispondeva alla volontà del grande Padre celeste, di Dio.
Dio padre e padrone
Quando si dice che la Bibbia, soprattutto nel Primo Testamento, presenta volti diversi di Dio, si dice una cosa imprecisa, per certi versi. I volti di Dio presentati nel Primo Testamento sono tutti molto coerenti: sono proiezioni su Dio dell’immaginario paterno patriarcale umano.
Per questo, Dio è Padre quando benedice il suo popolo, quando lo libera dalla schiavitù dell’Egitto, quando lo conduce lungo il deserto. Ed è Padre quando uccide i primogeniti degli Egiziani, nemici del suo popolo.
È Padre quando dona la vittoria agli Israeliti, ed è Padre perché permette che sterminino i popoli nemici.
È Padre quando perdona le mancanze del proprio popolo, ed è Padre quando punisce la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli.
È Padre quando manda i profeti a rimproverare i re infedeli alla legge, ed è Padre quando scatena il popolo assiro e quello babilonese contro il proprio popolo, come punizione per la sua infedeltà.
Nella logica patriarcale antica, questi aspetti della paternità di Dio non sono in contraddizione tra loro. Esprimono invece la stessa identità paterna. La natura e la storia erano pensati come gli strumenti attraverso i quali il Padre celeste interveniva per accompagnare, correggere e guidare il proprio popolo verso la salvezza.
Dio madre?
È però vero che vi erano pagine dal tenore diverso, nella Bibbia, che presentavano un modo alternativo di pensare Dio. A lui si attribuivano i sentimenti materni, ossia quelli che il contesto patriarcale riservava alla madre.
Così Dio è mostrato come madre che si prende cura del suo popolo (Is 49,15) e lo consola teneramente (Is 66,13), giungendo a paragonarlo a una partoriente (Is 42,14).
Questa sensibilità si ritrova ancora negli Inni di ringraziamento della comunità di Qumran, contemporanea di Gesù, che così pregavano:
Tu infatti sei un padre per tutti [i Figli] della tua verità, e come una donna che ama teneramente il suo piccolo, così tu ti rallegri in loro; e come un padre adottivo regge un bimbo nel grembo, così tu hai cura di tutte le tue creature.
(1QH 9,34-35)
Allo stesso modo, i tratti di un Dio che supera gli interessi tribali si percepisce in pagine come il racconto parabolico del profeta Giona che rivendica la legittimità dell’amore di Dio persino per i nemici di Israele, come anche per gli animali (Gio 4,11). E il profeta Isaia rincuora gli stranieri e gli eunuchi, categorie marginali del suo tempo etnocentrico e patriarcale (Is 56,3-5).
Però queste pagine sembravano perdersi tra quelle che presentavano Dio enfatizzando le sue qualità paterne patriarcali, coi loro tratti tribali e particolaristici.
Il Padre di Gesù
Gesù nacque in quel medesimo contesto culturale della Bibbia. Fu educato in una famiglia di un villaggio patriarcale della Palestina del I sec. d.C.
Egli stesso si avvalse del linguaggio e dell’immaginario violento connesso alla guerra. Basti pensare a come Gesù mostri di conoscere la strategia bellica (Lc 14,31-32) oppure al riferimento di Gesù circa la spada da lui portata come simbolo di conflitto (Mt 10,34).
Però Gesù scelse di parlare del Padre senza rifarsi a questi contesti bellici né all’immaginario della guerra, della potenza pensata come prepotenza, del dominio indiscusso e assoluto sulla libertà delle persone.
Gesù presenta invece un Dio Padre connotato con le caratteristiche affettive, affettuose, empatiche e tenere che nella sua cultura venivano normalmente attribuite a una madre.
Dio Padre è infatti descritto da Gesù con la stessa ansia appassionata di una donna che spazza casa per ritrovare la moneta perduta (Lc 15,8-10), in un quotidiano quadro tutto al femminile che poco si addiceva alla gloria del Dio dei cieli.
E, ancora oltre, Dio Padre è descritto come un padre che ama profondamente il figlio ingrato che abbandona la casa paterna reclamando la sua eredità come se fosse già orfano. Per di più, stando al racconto di Luca, noncurante della sua dignità familiare e del suo ruolo sociale, gli corre incontro quando torna dopo aver sperperato i beni di famiglia:
20Quando era ancora lontano, suo padre lo vide,
ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.(Lc 15,20)
Nell’espressione ebbe compassione, in greco splagxnìxomai, si dice letteralmente che il suo grembo sussultò di emozione. L’immagine materna viene attribuita al ricco padre di famiglia che dà priorità all’amore misericordioso e includente.
Per Gesù, Dio è Padre col cuore di Madre. Dio si mostra sempre misericordioso, sempre accudente, con tutti. Non fa discriminazioni (Mt 5,45).
Insomma, Gesù fa sua un’idea di Dio creatore amante e generoso che non si limita, come un padre terreno, a curarsi solo dei propri figli. E la porta alle estreme conseguenze.
Nella Lettera agli Efesini, l’autore di scuola paolina chiarisce un passaggio finale, riconoscendo in Dio la fonte di ogni paternità: da lui ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome (Ef 3,15). Non è la paternità di Dio a doversi ispirare a quella umana. È invece la paternità umana che è continuamente invitata a imparare dal cuore di Dio.
Gesù trasparenza di Dio
È entrando nell’esperienza filiale di Gesù che possiamo incrociare lo sguardo amante e vitale di un Dio padre e madre che ci ama così come siamo e ci sogna felici.
Nelle sue parole, nelle sue scelte e nella sua vita scopriamo una bussola chiara e tenace che indica le coordinate di un volto divino sempre da cercare.
È il volto del Dio Padre che ci vuole vitali, come lui è vitale: vuole che noi siamo tutto ciò che possiamo essere.
È il volto del Dio Padre che ci vuole amanti, come lui è amante: vuole che scopriamo nell’amore la strada che ci umanizza e ci apre alla vera realizzazione di noi stessi.










