Olocausto: termine teologicamente inappropriato per la strage nazista
Il mese di gennaio è segnato da una memoria tanto imponente da essere ricordata senza nome. Chiamiamo infatti «Giornata della memoria», senza ulteriori precisazioni, il ricordo della strage messa in atto dalla macchina dell’odio nazista, malata di deliri su presupposte superiorità etniche e nutrita di un malsano antisemitismo anche di matrice cristiana.
Dare un nome all’orrore
Dare un nome alle cose significa iniziare a comprenderle. Ma come chiamare ciò che era accaduto in quegli anni della Seconda guerra mondiale? Come definire la sistematica azione di annientamento di ogni minoranza invisa all’ideologia del Terzo Reich? Che nome dare alla privazione di diritti e libertà, alla deportazione, all’annichilimento della dignità, alla riduzione in schiavitù, al denutrimento, allo sfruttamento, al sadico accanimento, alle camere a gas?
Chi, in pellegrinaggio come è successo a me, ha varcato i cancelli dell’orrore di Auschwitz, non ha avuto quasi mai parole da dire. Anche incrociando i numerosi gruppi di persone in visita a quel luogo di strazianti testimonianze mute, raramente si odono voci. Si resta in silenzio davanti a ciò che è accaduto.
Eppure un nome va dato. Il primo a indicarne uno fu lo scrittore e filosofo Elie Wiesel, ebreo rumeno superstite al campo di sterminio. Scelse di chiamare «Olocausto» quel dramma devastante.
Nella scelta di quel termine, Wiesel aveva in mente il suo significato religioso. Se apriamo la Bibbia, scopriamo che l’olocausto è infatti il sacrificio rituale che prevede la completa combustione del corpo della vittima. Wiesel voleva quindi enfatizzare l’intento distruttivo della strage di massa nazista.
Il termine divenne universalmente famoso, come spesso accade, per via del cinema. Sul piccolo schermo statunitense, nel 1979, fu trasmessa la serie televisiva Holocaust, tratta dall’omonimo romanzo di Gerald Green, pubblicato solo l’anno prima. Non si trattava di un prodotto cinematografico di alto livello, ma di una fiction di taglio popolare.
Ma è davvero corretto e sensato parlare di olocausto?
I rituali antichi erano spesso relativi all’immolazione di un animale, immaginando che tale sacrificio fosse gradito a Dio, in quanto dono di un capo di bestiame prezioso per chi lo offriva. La Bibbia recepisce questi usi e, soprattutto nel libro chiamato Levitico, li regolamenta.
Leggendo una sua pagina, veniamo quindi a sapere che
3Se la sua offerta è un olocausto di bestiame grosso, egli offrirà un maschio senza difetto; l’offrirà all’ingresso della tenda del convegno, perché sia accetto al Signore in suo favore. 4Poserà la mano sulla testa della vittima, che sarà accettata in suo favore per compiere il rito espiatorio per lui. (Levitico 1,3-4)
L’olocausto è dunque un atto religioso. Esprime la fede di chi lo compie, e non di chi lo subisce. Esprime cioè la convinzione che uccidere e bruciare un essere vivente sia cosa gradita a Dio e faccia ottenere la benedizione divina.
È allora davvero impensabile parlare di olocausto per indicare l’assassinio spietato di uomini, donne, bambini, bambine e anziani, perché ebrei, zingari, portatori di handicap, omoaffettivi o in altro modo invisi a chi ha il potere politico.
È ugualmente impensabile e vergognoso sapere che tra le fila degli aguzzini, dei carnefici e dei loro complici, vi furono persone che si proclamavano credenti nel Dio di Gesù Cristo.
Il Dio di cui parla la Bibbia, quello che Gesù Cristo ha chiaramente mostrato, non è un sadico mostro assetato di sangue umano o animale.
Lo precisa il vangelo di Giovanni, riportando queste parole di Gesù:
23«Viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. 24Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità» (Giovanni 4,23-24)
Si afferma sempre più l’ora nella quale diventa necessario parlare di Dio in modo corretto e rispettoso della sua indole amante e vitale.
Come scrisse Bruno Bettelheim, «con l’uso del termine “olocausto” si creano dunque attraverso le sue connotazioni consce e inconsce, associazioni del tutto false tra il più perverso assassinio di massa e antichi rituali di natura profondamente religiosa».
Chiamare l’orrore nazista “Olocausto” mistifica le intenzioni dei carnefici e anche il vero volto di Dio.
Un nome teologicamente corretto
È allora certamente più opportuno parlare di quella dolorosa e straziante strage degli innocenti col termine Shoah. La parola in ebraico significa «distruzione» e racconta, meglio di ogni altro termine, la disumana azione sterminatrice messa in atto dalla macchina dell’odio nazista.
Dobbiamo il termine a un’altra produzione cinematografica, e precisamente a quella diretta da Claude Lanzmann nel 1985. Il suo film-documentario, maestoso per impegno e durata, si intitola proprio «Shoah».
Shoah diventa allora il termine non solo «politicamente» ma «teologicamente» corretto, perché chiarisce le vere finalità omicide, egocentrate e malvagie di chi lo pose in atto. E allontana quelle azioni ignobili da finalità spirituali.
Come direbbe Gesù, parlando di Dio:
27«Non è Dio dei morti, ma dei viventi! Voi siete in grave errore» (Marco 12,27)
L’immagine del vaso dipinto è presa da: https://www.storiaromanaebizantina.it/i-sacrifici-nel-mondo-greco-e-romano/



