Che senso ha la preghiera di richiesta in un tempo di crisi da pandemia?
La pandemia da Covid-19 ha rilanciato una questione fondamentale della spiritualità umana: il valore e la potenza della preghiera.
I leader mondiali delle diverse religioni, come anche i ministri locali e gli stessi fedeli, in questi faticosi mesi, hanno invocato ripetutamente Dio per chiedere la fine della pandemia. Non è raro vedere anche sui social immagini oranti con l’appello a una divinità o a un santo perché interrompa questa calamità devastante.
Tali preghiere e tali immagini evocano alla mente racconti di miracolose paralisi del corso lavico di antiche eruzioni o quadri che celebrano i santi a cui era attribuita gloriosamente la fine della peste del 1600.
Eppure la pandemia non si è fermata. Anzi, dopo una pausa rassicurante, in Italia ha ripreso il suo decorso con una seconda devastante ondata. Per non parlare del resto del Mondo.
Che cosa non ha funzionato? Perché in passato Dio ha fermato la lava dell’Etna e ha concesso per intercessione dei santi di interrompere la peste e oggi non fa la stessa cosa?
Forse dovremmo provare a capovolgere la questione partendo da una riflessione più adeguata al tempo culturale, teologico e scientifico che viviamo.
La scienza moderna ci ha accompagnato a capire che le malattie non sono punizioni lanciate da divinità celesti, bensì conseguenze infettive di batteri e virus. I nostri avi semplicemente non lo sapevano e si spiegavano la peste con un intervento diretto di Dio.
La scienza moderna ci ha accompagnato a capire anche che i fenomeni sismici e vulcanici non sono sanzioni divine per peccati, ma conseguenze dei moti terrestri, di un Mondo regolato da leggi proprie. I nostri avi semplicemente non lo sapevano e si spiegavano le eruzioni con l’idea di una azione mirata di Dio sull’umanità.
I nostri avi, dunque, leggevano l’arresto della lava o la fine della peste come il cambiamento di idea di Dio che, appagato dalla punizione inferta, vi poneva fine. Sovente per intervento di santi o di Maria Santissima, evidentemente più misericordiosi di Dio stesso. Trovavano una coerenza con tale lettura scorrendo le pagine della Bibbia, da loro prese alla lettera.
Oggi, illuminati dalla scienza su queste faccende, ci rendiamo conto facilmente che i nostri avi avevano inutilmente chiamato in causa Dio e le sue presunte punizioni. In questo siamo corroborati dalle acquisizioni delle scienze bibliche che ci hanno insegnato che la Bibbia non può essere presa alla lettera, ma occorre una interpretazione che tenga presente del suo contesto culturale fontale e dei suoi generi letterari.
Oggi, sostenuti da una teologia biblica e fondamentale coerenti col nostro tempo, ci accorgiamo che certe preghiere di richiesta nei confronti di Dio erano semplicemente ingiuste. E lo erano perché gli attribuivano eventi climatici e pandemici che non corrispondevano a interventi puntuali di Dio nella storia, perché abbiamo imparato a capire che Dio non interviene mai direttamente nella storia.
Egli è il Creatore che ha dotato il creato di una sua legge propria e continua ad agire ma nei cuori umani.
Se ci fermiamo un attimo a riflettere, partendo da questi presupposti, possiamo anche accorgerci di come la preghiera di richiesta tradizionalmente impostata veicoli almeno due assurdi teologici.
In primo luogo, ha senso chiedere a Dio qualcosa se immaginiamo che Dio non conosca già la nostra difficoltà. Se infatti la conosce non si capisce come mai non sia già intervenuto lui di sua iniziativa. E, detto questo, ci rendiamo conto che la richiesta immagina un Dio ignaro di un dramma umano oppure un Dio informato ma disinteressato alla sua risoluzione, quindi a noi.
In secondo luogo, chiedere qualcosa a Dio significa indicargli una soluzione alla quale sembrerebbe che lui non abbia pensato, mostrando in questo modo di essere migliori di lui, sia perché noi ci avevamo pensato, sia perché gli suggeriamo di fare qualcosa che non ha ancora fatto.
Anche dopo questa affermazione ci accorgiamo che qualcosa non funziona teologicamente: il Dio che sa tutto non ha bisogno delle nostre soluzioni né è meno morale di noi.
La questione va allora riformulata completamente.
Dio è Creatore. E in quanto tale mantiene una relazione ininterrotta con la sua creazione, colmandola di energia e rinnovandola dal di dentro, ma senza intervenire a gamba tesa nelle crisi che le leggi naturali e la sua evoluzione generano.
Allora chiedere è inutile?
Per rispondere a questa domanda, dobbiamo fare un passaggio nella linguistica. Con un po’ di pazienza, troveremo una strada di senso.
La preghiera di richiesta, come tutti gli atti linguistici, è un atto comunicativo che ha diverse dimensioni. La preghiera di richiesta ha infatti una dimensione rappresentativa, una espressiva e una direttiva.
Chiedendo manifestiamo la nostra idea della situazione (dimensione rappresentativa), e al contempo riveliamo cosa ci sta a cuore di quella situazione (dimensione espressiva) e infine ci appelliamo a qualcuno perché agisca in maniera coerente con quanto abbiamo chiesto (dimensione direttiva).
Quando preghiamo, secondo la dimensione rappresentativa dell’atto linguistico, raccontiamo a Dio ciò che sappiamo di una situazione. È una informazione che Dio già possiede. Dunque, questo momento serve soprattutto a noi perché ci offre la possibilità di rielaborare la realtà che abbiamo davanti, prendendone rinnovata consapevolezza.
Stando alla dimensione espressiva, pregando palesiamo a Dio le emozioni che quella data situazione suscita in noi. Anche questo è noto a Dio, ma serve soprattutto a noi perché parlandone con Dio, davanti alla vastità amante del suo silenzio, noi possiamo elaborare il nostro sentire e comprendere quale sia davvero il nostro desiderio.
Infine, pregando, secondo la dimensione direttiva o appellativa del nostro parlare, avanziamo delle soluzioni. Non può trattarsi di soluzioni che Dio deve adottare. Lui ha già risposto perfettamente al nostro appello perché ci ha già dotato della capacità di reagire e prenderci le nostre responsabilità in merito alla situazione per la quale stiamo pregando.
Pregando dunque cogliamo con più lucidità ciò che avviene, prendiamo consapevolezza di cosa sentiamo e vogliamo davvero e infine prendiamo le nostre responsabilità sulla situazione, sondando le varie soluzioni alla nostra portata, consapevoli che in questo modo facciamo nostro il desiderio di bene che Dio per primo ha per le sue creature.
La preghiera dunque attiva la nostra lucidità, la nostra partecipazione e le nostre risorse interiori per agire. È per questo che pregare ha senso.
E ha senso la preghiera di richiesta. Ma solo se impariamo a guardare Dio abbandonando le lenti magiche o mitiche che contraddistinguevano la riflessione teologica di un certo passato. Ha senso chiedere a Dio qualcosa nella preghiera, se riconosciamo in Dio il Creatore che ci tiene nell’abbraccio del suo essere e agisce nella storia attraverso di noi.
La pandemia finirà, per grazia di Dio, ossia per l’impegno degli scienziati che studiano il virus e di quelli che stanno lavorando al vaccino, per il lavoro infaticabile di tutto il personale sanitario, per la responsabilità personale di ciascuno e ciascuna di noi quando mantiene le distanze, porta la mascherina, evita di mettere in pericolo sé o chi incontra.
La grazia di Dio agisce infatti nell’impegno umano e nella responsabilità con cui ogni persona vive la sua vita.
Su questo tema, puoi utilmente leggere anche la riflessione del teologo Andrés Torres Queiruga nel suo volume Io credo in un Dio fatto così. Risposte di un teologo alle obiezioni sulla fede, edito dalle EDB nel 2017. Lo trovi qui.
Dopo la pubblicazione di questo articolo, ho ricevuto notizia che è stato tradotto in rumeno e pubblicato su questi blog:
Esprimo la mia gratitudine al Collega che ha avuto questa attenzione nei miei confronti.






4 Commenti
Riflessione meravigliosa in questo mare in tempesta che ricorda il medioevo. La Chiesa ha bisogno di menti aperte e libere. Ha bisogno di intuizioni “coraggiose”. Ha bisogno della sensibilità femminile. Grazie davvero. Ora spammo il mondo!!
Grazie per l’apprezzamento e il sostegno entusiasta!
Grazie. Intervento illuminante, per purificare la nostra preghiera e la nostra comprensione di Dio.
Tuttavia non direi in maniera così perentoria che “Dio non interviene mai direttamente nella storia.” Questo semplicemente non è vero.
Direi che interviene quando e come ritiene opportuno, per sostenere e non per mortificare la libertà, la responsabilità e l’autonomia dell’uomo.
L’intervento di Dio nella storia è sempre mediato. Questa è la prospettiva post-moderna e post-teistica nella quale la riflessione teologica che presento si sta muovendo. Cercherò altre occasioni in futuri articoli per meglio dettagliare questo cambio di paradigma con le sue conseguenze