Come le letture bibliche possono influenzare i rapporti tra uomini e donne. Affrontiamo il tema della violenza sulle donne e la Bibbia.
La Bibbia è responsabile della violenza sulle donne?
Questa è la domanda che mi è stata rivolta durante un recente percorso biblico nella mia aula virtuale online. Una domanda quanto più attuale oggi, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, con più di 90 donne uccise solo in Italia in questo 2020.
A questa domanda potrei rispondere in due modi diversi. Ecco in che senso.
Perché si potrebbe rispondere di sì
Nella mente di molte e molti di noi sono impresse figure bibliche che hanno costruito un immaginario negativo o passivo della donna.
Nelle prime pagine della Bibbia, ecco Eva che tende la mano verso il frutto proibito scatenando le ire divine. La sua colpa ha gravato su tutta l’umanità. Il racconto del libro della Genesi ha condizionato modi di dire, anche volgari, e modi di sentire il femminile. Ricordo con una certa tenerezza un anziano devoto che un giorno bonariamente mi disse di tacere di teologia, perché era per colpa nostra (delle donne) se ci trovavamo tutti in questa valle di lacrime.
Sfogliando ancora le pagine della Bibbia, troviamo poi figure femminili sottomesse, come la straniera Rut, dipendente dalla suocera al punto di rinunciare a rifarsi una vita dopo la morte del marito, per restare ad accudirla. Questo esempio ha segnato i rapporti di nuore e suocere per secoli, incoraggiando alla cieca obbedienza della anziana di casa.
I vangeli poi presentano due immaginari di donna, contrapposti ma per certi versi confluenti in modelli del femminile di scomoda immedesimazione: la prostituta penitente Maria di Magdala, segnata dalla colpa antica e dalla mortificazione necessaria; e la madre di Gesù, Maria di Nazaret, silenziosa e passiva figura da emulare.
Tutto questo passando per donne vendute, sottomesse, stuprate, frustrate perché sterili o usate per procreare.
Ecco, in questa prospettiva di lettura, certamente potrei rispondere di sì alla domanda rivoltami: la Bibbia ha avuto e ha un peso negativo nell’immaginario umano ed è complice di quell’epilogo drammatico che è la violenza sulle donne. E questo perché conferma il patriarcato, ossia la convinzione che vi sia un primato naturale del maschio e che questi possa e debba gestire il mondo del femminile, il suo ruolo sociale, il suo corpo e le sue scelte.
Quanto la vita concreta di fervidi credenti, per secoli, è stata plasmata e condizionata da questo immaginario di radice biblica? Uomini e donne hanno vissuto all’ombra di questi testi, sopportando, sublimando, offrendo…
Perché si deve rispondere di no
In tutta sincerità, devo però far notare come non siano stati i testi biblici in sé a generare o convalidare questo orizzonte culturale. È il modo col quale questi testi biblici sono stati letti, che ha finito col dare loro un significato assoluto e immutabile. Infatti, i testi biblici sono stati presi alla lettera e trasformati in una sorta di manuale della sottomissione femminile.
La teologia biblica, ricca di almeno tre secoli di riflessione scientifica, ci mette in guardia, oggi più che mai: prendere alla lettera i testi biblici non è rispettoso del loro intento comunicativo.
Ogni scritto infatti custodisce un senso che deve essere colto – e per certi versi costruito – in un dialogo tra la cultura di chi lo ha scritto e quella di chi lo legge. Il lettore e la lettrice della Bibbia non sono ricettori passivi di un messaggio preconfezionato, sono invece interlocutori attivi di un testo dotato di una storia e un orizzonte culturale, e gravido di provocazioni sempre attuali con le quali interagire.
Lo scritto biblico non mira semplicemente a informare i suoi lettori e le sue lettrici di un assetto, vuole invece trasformarli.
Con questa consapevolezza, occorre individuare il contesto sociale e culturale del testo, sia per comprendere l’orizzonte dal quale proviene, sia per relativizzarlo nella lettura. Il contesto sociale e culturale di chi ha scritto i testi biblici non è un dato rivelato. Va relativizzato. Va invece colto l’intento comunicativo del testo, in dialogo con la sua dinamica profonda.
In questo orizzonte, comprendiamo come il testo di Genesi parli dell’origine della vita umana in un contesto culturale prescientifico che non ha nessun intento di stabilire o rivelare come la vita umana fosse spuntata sulla Terra. Il testo biblico vuole invece semplicemente dire il motivo per il quale la vita umana spuntò sulla terra: l’amore. Dio creò per amore.
Eva è il personaggio di un mito biblico. Non è la donna concreta dalla quale discende tutta l’umanità che ha prodotto il cosiddetto peccato originale. Chi scrisse questi testi non era interessato né a promuovere il monogenismo (discendiamo tutti da un’unica coppia umana) né dichiarare che esiste un peccato originale (teoria sconosciuta al mondo ebraico).
Chi scrisse cercava solo di spiegarsi, con le proprie categorie teologiche e in un linguaggio mitico, quale potesse essere l’origine del male. Si rispose attribuendolo a una libera scelta umana e non a una scelta di Dio. Probabilmente, se raccontò che fu la donna la prima a lasciarsi ingannare dal mitico serpente, era condizionato dalla propria cultura patriarcale.
Allo stesso modo, chi raccontò la vicenda di Rut, straniera ava del più famoso e determinante re Davide, non voleva spiegare come dovessero andare i rapporti parentali tra suocera e nuora. Né presentare l’unico caso al mondo di una nuora che ama la suocera (giusto per giocare con gli stereotipi!). Il libro di Rut sta presentando l’origine straniera del casato regale ebraico, ironizzando con i promotori della cosiddetta “razza pura”. Il suo intento è sovvertire il pregiudizio etnico, presentando un Dio che va oltre gli stereotipi nazionalistici.
Nella stessa direzione, vanno ripensate e rilette le figure di Maria di Magdala e di Maria di Nazaret. Leggendo i testi evangelici senza le lenti deformanti di una certa lettura tradizione patriarcale, scopriamo allora che da nessuna parte del Nuovo Testamento si dice che Maria di Magdala fosse una prostituta. Anzi: la si presenta come una donna facoltosa che, insieme ad altre donne di levatura sociale, sostenevano l’attività di Gesù. I testi che parlano di lei sono soprattutto quelli delle apparizioni del Risorto, per capovolgere il pregiudizio di genere per il quale Dio avrebbe preferito scegliere un uomo per annunciare la risurrezione del Figlio.
E anche Maria di Nazaret viene liberata dal manto del silenzio sottomesso, che niente affatto si addice al suo canto profetico del Magnificat o alla sua intraprendenza alle nozze di Cana.
Le figure femminili della Bibbia, colte rispettando la cultura del tempo di chi scrisse e sondando l’intento comunicativo dei testi, rivelano un contesto patriarcale che non occorre affatto imitare e soprattutto il desiderio di raccontare come Dio agisca nella vita del suo popolo sia attraverso gli uomini che attraverso le donne.
E così che, provando ancora a rispondere alla domanda iniziale, devo dire: no! La violenza di genere non ha radici nella Bibbia. Ha radici nelle letture patriarcali, letteraliste e fondamentaliste che si sono fatte delle narrazioni bibliche lungo la storia. Il rispetto del contesto originario dei testi biblici e del loro intento comunicativo ci porta invece a considerarli come spazi di rivelazione di un Dio che crea per amore, vuole abbattere pregiudizi etnici e di genere, coinvolge e valorizza donne e uomini perché un mondo più giusto, inclusivo e sano possa sorgere.
Se ti interessa conoscere una mia proposta di lettura del testo di Genesi in cui si parla della coppia primordiale mitica di Eva e Adamo, puoi dare uno sguardo a questo libro





