Equivoci di Pentecoste
La festa di Pentecoste non se l’è inventata la prima comunità cristiana. L’ha semplicemente trovata, bella e pronta, nel calendario delle festività giudaiche.
Celebrava una particolarissima rivelazione di Dio, quella che fece parlando ancora una volta con Mosè, su un monte, mentre il popolo da poco liberato dalla schiavitù dell’Egitto attendeva il ritorno del suo condottiero a valle. In quel dialogo speciale, il Dio liberatore consegnò a Mosè le Dieci parole.
In ebraico, la festa si chiama Shavuòt che, letteralmente, significa “Settimane”. Conta infatti le sette settimane, ossia i quarantanove giorni, che passarono dalla Pasqua ebraica a quel dono divino tanto speciale: con i suoi insegnamenti di vita, o Torah, Dio indicava il cammino per la felicità. In greco, il nome di quella festa diventa Pentecostè, ossia cinquanta, in riferimento al cinquantesimo giorno dalla Pasqua, in cui si celebrava appunto la festa. In italiano abbiamo la Pentecoste.
La prima Pentecoste cristiana
Shavuòt era una festa di pellegrinaggio. Tutti gli ebrei osservanti, quando il Tempio era ancora in piedi, si recavano a Gerusalemme, per festeggiarla. Per questo motivo, in quella Pentecoste degli anni 30 del I sec. d.C., un nutrito gruppo di discepoli e discepole di Gesù era riunito nella capitale religiosa della Giudea.
Stando al racconto degli Atti degli apostoli, mentre il popolo festeggiava il dono dell’insegnamento divino per la felicità, la piccola comunità credente in Gesù come Messia visse un’esperienza particolarissima.
Avvertì la forza di Dio, quella stessa che aveva animato l’impresa liberatrice di Mosè, quella stessa che si era comunicata attraverso le Dieci parole e l’intera Torah. Quella forza di Dio, noi la chiamiamo Spirito santo.
Uno Spirito santo da ripensare
L’arte, meraviglioso veicolo di cultura, non è stata troppo clemente con lo Spirito santo. Ha lasciato impresso nel nostro immaginario un uccelletto del cielo. O, se preferite, una bianca colomba. Questa figura, pur presente nei racconti biblici con valore assolutamente simbolico, non ha facilitato la nostra comprensione di cosa sia esattamente lo Spirito santo.
Fermo restando che parlare di Dio è sempre un balbettare definizioni mai definitive, per comprendere lo Spirito santo, dobbiamo rifarci all’idea trinitaria di Dio. I Concili ecumenici dei primi secoli del cristianesimo tentarono di esprimere la grandezza sconfinata di Dio e la magnificenza della sua identità parlando dei modi coi quali noi percepiamo Dio.
Questi “modi di sussistenza” furono definiti, in greco “ypòstasis”. E poi resi in latino con l’espressione “persona”. Dio fu dunque definito come un’unica natura in tre persone. Nel tempo, però, il termine “persona” ha subito un notevolissimo cambiamento di significato. Per noi, oggi, parlare di persona vuol dire parlare di un individuo dotato di volontà, libertà, sentimenti, pensieri…
Così, quando sentiamo che Dio è tre persone, pensiamo automaticamente che Dio sia fatto di tre individui, molto amici tra loro, che però dobbiamo considerare un unico Dio. E questo ci manda in confusione.
Il Dio trino e uno
Se però recuperiamo il significato originario del termine ipostasi – e quindi del senso che esso aveva anche nel latino persona – ci rendiamo conto che si sta semplicemente dicendo che Dio è uno solo, ma che noi lo percepiamo in tre modi diversi del suo sussistere.
Lo riconosciamo fonte della vita, e quindi lo chiamiamo Padre. Lo sappiamo energia vitale che abita il mondo, e quindi lo chiamiamo Spirito. Lo abbiamo visto manifestarsi nell’esperienza umana di Gesù di Nazaret, e quindi lo chiamiamo Figlio.
Dunque, lo Spirito santo è Dio nella sua energia vitale che abita il mondo e dona vita. Allora la Pentecoste, lungi dal farci pensare a fiammelle volanti o colombe plananti, dovrebbe semplicemente farci pensare all’energia di Dio che ci abita.
Vivere la Pentecoste
Allora, aprirsi allo Spirito santo significherà aprirsi alla vita. Si realizzerà nel provare ad essere tutto ciò che possiamo essere. Nell’orizzonte del bene e dell’amore che ci fa crescere e maturare come persone pienamente realizzate, dunque felici.
Vivere la Pentecoste è allora una meravigliosa occasione per sentire la vita di Dio che scorre nelle nostre vene, il suo alito vitale che si muove nel nostro respiro, il suo sogno di pienezza per noi che si realizza nei nostri progetti, nelle nostre azioni, nelle nostre scelte.
Buona festa di Pentecoste!
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