Fino alla metà del secolo scorso, la maggior parte delle case di campagna prendeva l’acqua dal pozzo. Avere l’acqua in casa era appannaggio delle abitazioni di città, ma non di tutte. E le immagini delle lavandaie che torcono i panni vicino a un fiume o al canale del paese non sono lontane nel tempo come talvolta pensiamo, almeno qui in Italia.
L’acqua corrente in casa è stato un sogno di infinite generazioni di nostri avi e soprattutto di nostre ave. Erano solitamente le donne quelle che attingevano l’acqua dalla fontana del paese o dal pozzo di campagna. Immagino la loro fatica. Immagino come sognassero un sistema più semplice e immediato. Me le immagino andare al pozzo o alla fontana, col secchio più adatto, mettendo in atto la serie di espedienti studiati con attenzione per rendere il proprio lavoro meno gravoso e più fruttuoso.
Oggi abbiamo l’acqua in casa. Apriamo il rubinetto e arriva l’acqua. Gli acquedotti la incanalano e la purificano da ogni scoria, per renderla idonea agli usi alimentari e domestici. E io mi faccio una domanda: per essere davvero fedele alle mie ave, devo usufruire di questa possibilità o devo munirmi di un secchio e cercare un pozzo?
Insomma, cosa è espressione più autentica di fedeltà: ripetere i gesti antichi o emulare la ricerca dei nostri “antichi” verso soluzioni sempre più adatte al nostro tempo?
La domanda sembra peregrina e del tutto superflua. Nessuno di noi pensa di tradire gli avi aprendo un rubinetto o girando la chiave nel cruscotto dell’auto per metterla in moto, e neanche scorrendo con un dito lo schermo touch di uno smartphone per fare una telefonata. Nessuno e nessuna di noi crede che sia un tradimento verso chi ci ha preceduto inserirci nel solco della loro ricerca del benessere e del buon vivere.
Quando però si parla di trovare nuovi modi di parlare di Dio, di pregare o di essere credenti, ecco lo stuolo di garanti del passato che alza i propri scudi parlando di tradimento, di sterile critica e di ingratitudine verso chi ci ha preceduti nella fede.
Io non penso che la mia bisnonna mi ritenga ingrata quando apro il rubinetto di casa per riempire un bicchiere di acqua. Penso che la mia bisnonna gioisca, esulti, si congratuli e, se potesse, mi abbraccerebbe forte e mi direbbe che è fiera di me e del mio tempo.
Sa che l’essenziale non è cambiato. Sa che condividiamo lo stesso desiderio intenso di acqua fresca. Non si rammarica perché il mio modo di raggiungerla è diverso dal suo. E questo perché sa che io, mentre apro il rubinetto di casa, sono fiera della sua tenace ricerca di acqua e grata ai suoi gesti che hanno preparato i miei.

L’acqua fresca della fede non smette di portare sostegno, sollievo e forza. E se oggi la cerchiamo, la pensiamo, la celebriamo e la viviamo in modo rinnovato, è proprio facendo così che omaggiamo le generazioni di credenti che ci hanno preceduto e che vedono in noi orgogliosamente il frutto che matura sul loro albero.


