Lo spazio visto dagli umani
Lungo l’estate ho accompagnato la vostra riflessione con due appuntamenti biblici, vissuti su Zoom, e partecipati con entusiasmo e passione. Il primo incontro riguardava il tempo. Ho riproposto gli spunti principali in questo articolo.
Ecco ora il momento di parlare del secondo tema della nostra spiritualità d’estate: lo spazio. Cosa pensa la Bibbia dello spazio? Come le sue suggestioni possono accompagnare la nostra crescita spirituale?
Creatura di Dio
La Bibbia guarda allo spazio con un approccio prescientifico. Non riflette sulla natura filosofica dello spazio, ma lo pensa esclusivamente in funzione della vivibilità umana.
In questo senso, lo spazio capace di accogliere la vita umana è ritenuto una creatura di Dio:
9Dio disse: «Le acque che sono sotto il cielo, si raccolgano in un solo luogo e appaia l’asciutto». E così avvenne. 10Dio chiamò l’asciutto terra e la massa delle acque mare. E Dio vide che era cosa buona. (Gen 1,9-10)
Stando al racconto mitico custodito nel libro della Genesi, la comparsa della terra asciutta permette l’esistenza animale e umana. Dunque, lo spazio è stato creato per noi? Abbiamo un po’ questa tendenza a guardare il cosmo come se noi esseri umani ne fossimo il vero e unico motivo.
La natura sarebbe la casa pensata da Dio per noi umani. È un’idea molto piacevole, quasi romantica, ma non perfettamente in linea con quanto lo studio dell’universo ci ha mostrato.
La verità del calendario cosmico
Se diamo uno sguardo alla ricostruzione del calendario cosmico col quale si riassume la cronologia dell’intero universo – 13,8 miliardi di anni – in un solo anno terrestre, diventa evidente altro.
La specie Homo sorge in Africa circa 2 milioni e mezzo di anni fa, praticamente nell’ultimo giorno dell’ultimo mese dell’anno. La specie umana nasce all’alba del 31 dicembre, quando l’universo aveva già vissuto 364 giorni…
2 milioni di anni fa avvenne l’evoluzione di specie umane diverse. Ne conosciamo varie. I Neanderthal dell’Europa e dell’Asia Occidentale, i Sapiens dell’Africa Orientale, i Soloensis e i nani Floresiensis dell’Indonesia, i Denisova della Siberia, i Rudolfensis dell’Africa Orientale e gli Erectus dell’Asia Orientale.
Per approfondimenti di questi temi, rimando al bel libro di Yuval Noah Harari dal titolo Sapiens. Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità.
Possedere lo spazio
La ricostruzione della storia primordiale degli umani rivela una tendenza evidente a vivere lo spazio piegandolo alle proprie necessità. Gli animali di adattano allo spazio che trovano: fanno tane sotto terra, negli anfratti delle rocce, sugli alberi.
Le specie Homo invece adattano lo spazio alle proprie esigenze: gradualmente abbandonano la strategia dell’adattamento nei ripari offerti dalla natura. Intervengono invece su di essa in modo intenso e sempre più invasivo.
Lo hanno fatto con la prima delle più geniali scoperte: il fuoco. Al di là della nostra romantica idea dei primi ominidi che si riscaldavano al fuoco nelle notti stellate e solitarie, difendendosi da mostruose belve, il fuoco si rivelò un’arma prodigiosa per devastare foreste e boschi, permettendo agli umani di appropriarsi dello spazio.
I cibi cotti hanno dotato la muscolatura e soprattutto il cervello degli ominidi di uno sviluppo inatteso e portentoso, permettendo loro di mettere a punto strategie sempre più vincenti.
In particolare i Sapiens si mostrano capaci di sterminare tutti gli altri ominidi e intere specie animali. Pare che la loro grande risorsa non fu la forza fisica: i Neanderthal erano assai più muscolosi di loro.
Fu un linguaggio articolato a permettere di organizzare meglio i propri attacchi. I Sapiens poterono così accaparrarsi tutto lo spazio, lasciando ai margini gli altri esseri viventi. 13mila anni fa, i Sapiens erano l’unica specie Homo sopravvissuta. Avevano vinto: il mondo era loro.
Il rapporto con lo spazio cambiò ancora, con la rivoluzione agricola di 12mila anni fa, che spinse agli insediamenti sedentari e, con essi, a sentire la Terra come una proprietà da conquistare e possedere. Così i Sapiens parcellizzano i terreni, costruiscono case, recinti, confini, barriere. Sfruttano le risorse.
Nell’orizzonte delle conoscenze scientifiche, è interessante vedere come il racconto di Genesi inviti alla responsabilità nei confronti di una Terra nella quale sentirci ospiti e non padroni.
Dobbiamo infatti fare i conti con l’istinto di possesso radicato in noi, espressione di un bisogno di stabilità e sicurezza. Questo non è un male, ma può diventare una spinta all’isolamento, all’esclusione e alla chiusura.
Una terra promessa
Il popolo degli Ebrei ha raccontato questo intenso desiderio con la saga della terra promessa, pensata come uno spazio riservato da Dio stesso per il suo popolo, a discapito di altri popoli:
17Io vi farò uscire dall’Egitto, dove siete maltrattati, verso il paese dei Cananei, degli Ittiti, degli Amorei, dei Ferezei, degli Ivvei e dei Gebusei, in un paese nel quale scorre il latte e il miele (Es 3,17).
Questo sogno, storicamente, non si realizzerà mai.
Una serie di dominazioni straniere segna la vita degli Ebrei in Palestina. Egiziani, Assiri, Babilonesi, Persiani, Greci, Romani. Ne fa una sintesi suggestiva la canzone di Angelo Branduardi Alla fiera dell’Est.
Il brano è la libera rielaborazione di un canto pasquale ebraico dal titolo Chad Gadya, ossia Un capretto. Il testo viene recitato al termine della Haggadah di Pèsach, la grande narrazione che si condivide durante la cena pasquale ebraica.
Ancora oggi la situazione politica fotografa chiaramente come non si sia realizzata quella promessa tanto attesa. Non sarà che dobbiamo leggere in un altro senso la promessa biblica di una terra da ereditare come dono divino?
Proviamo a rispondere a questa domanda, dando uno sguardo alla proposta di Gesù in relazione allo spazio.
Gesù e lo spazio
Il racconto di Marco ci offre una prospettiva inedita dalla quale osservare il rapporto con lo spazio. Potrebbe ridimensionare il nostro compulsivo desiderio di possesso di una terra nostra dalla quale escludere chi ci è sgradito e nella quale, magari, relegare anche forzatamente chi vorremmo tenere spasmodicamente con noi.
Sappiamo che Gesù è trasparenza del divino. Potrà dunque offrirci preziosi spunti di riflessione su come lo spazio può essere vissuto, secondo il sogno di Dio.
Direttrice spaziale geopolitica
Il racconto di Marco usa una strategia narrativa molto particolare in relazione allo spazio. L’intero racconto si configura come un viaggio che ha due poli: la Galilea e la Giudea, con al centro Gerusalemme. Sono poli geopolitici, ossia spazi delimitati dall’intervento umano che traccia confini e dà nomi ai luoghi.
Nei poli di questa direttrice spaziale geopolitica, Gesù rivela inaspettatamente di essere costantemente fuori posto.
In apertura del Vangelo, tra le folle che raggiungono il Battista in maniera compatta dalla regione della Giudea e di Gerusalemme (Mc 1,5), Gesù è l’unico descritto come proveniente da Nazaret (Mc 1,9): in questo senso egli è fuori posto.
In chiusura del racconto, frustrando le legittime aspettative delle discepole, e di chi legge il vangelo, Gesù non è collocato nella sua tomba, ma anzi, infrangendo la legge della natura e ogni prevedibilità umana, risulta ancora una volta fuori posto (Mc 16,6).
Questo indizio denota una certa novità, tutta da scoprire, nel rapporto tra Gesù e lo spazio. La scoperta più interessante avviene a un altro livello spaziale.
Direttrice spaziale topologica
Accanto alla direttrice spaziale geopolitica, si può rinvenire una strategia spaziale di altro tipo. Si nota infatti la presenza di quattro ambientazioni narrative di carattere topologico, ossia appartenenti alla natura selvaggia.
Sono:
- il deserto, col quale si apre il racconto,
- il mare, sul quale Gesù compie traversate e prodigi,
- il monte, scenario della trasfigurazione, dell’insegnamento apocalittico di Gesù e del suo arresto,
- e il sepolcro scavato nella roccia.
Questi scenari selvaggi fungono da ambientazione degli episodi chiave del Vangelo. La loro particolarità è data da due caratteristiche determinanti.
Scenari esodali
La prima caratteristica è relativa all’ambito biblico: si tratta degli spazi cruciali della saga dell’esodo.
La grande uscita del popolo ebraico dalla schiavitù dell’Egitto si svolge lungo la direttrice spaziale del deserto, come ambientazione dell’itinerario di fuga e salvezza. Il popolo sperimenta la cura di Dio proprio laddove non vi è che aridità, arsura, pericoli e morte.
L’esodo ha come punto cardine il mare, nello specifico il mare dei Giunchi, detto anche mar Rosso. Attraversando quel mare, il popolo guidato da Mosè e Aronne compie il primo passo nella propria libertà, svincolandosi dalla pericolosa pressione degli Egiziani.
Il monte Sinai (detto anche Oreb) è lo scenario del dono della Legge nuova, simbolizzata e sintetizzata dalle Dieci Parole, a noi note come Dieci Comandamenti.
L’itinerario dell’esodo termina avendo come orizzonte una terra promessa, non raggiunta da Mosè, ma contemplata come spazio di ulteriorità nel quale vivere un incontro speciale. Proprio come avviene nel racconto di Marco in relazione alla tomba vuota di Gesù.
Infatti, la tomba vuota non è il punto di arrivo, ma una porta aperta che indica un oltre da raggiungere. Certamente la risurrezione ma, a livello narrativo, per il gruppo di Gesù l’oltre è anche la Galilea, nella quale il Risorto da appuntamento come nella nuova terra promessa, spazio della quotidianità.
Alla luce di queste considerazioni, si evince come Marco, inserendo questi spazi topologici nel proprio racconto, stia anche scegliendo di mostrare implicitamente il carattere esodale dell’azione di Gesù, ossia il suo intento di portare a compimento l’opera di liberazione del Dio conosciuto nel Primo Testamento.
Scenari liminari
I quattro scenari di cui parliamo hanno anche un’altra caratteristica decisamente interessante. Da un punto di vista antropologico, deserto, mare, monte e sepolcro sono spazi problematici che si configurano come confini. Sono barriere di per sé insormontabili, che Gesù però valica senza esitare.
Il deserto è la soglia tra il mondo abitato e il mondo selvaggio, sede dei demoni, luogo di prova e anticamera della morte; ma Gesù lo abita, sconfiggendo Satana, e Marco lo riconfigura addirittura come dimora degli angeli di Dio (Mc 1,13).
Il mare, memoria biblica mitica di presenze mostruose e atterrenti, è l’ostacolo insidioso che separa la terra giudaica da quella pagana; eppure Gesù lo domina e lo valica senza nessuna difficoltà, mostrandosi capace di oltrepassarlo persino senza l’ausilio di un’imbarcazione (Mc 6,48).
Il monte è il punto di confine tra il cielo e la terra, tra il mondo umano e la sfera divina; e Gesù si mostra tramite tra questi due mondi, riconosciuto da Elia e da Mosè, investito di autorità dalla voce stessa di Dio (Mc 9,7).
Il sepolcro è la barriera che separa il mondo dei vivi da quello dei morti; ma la sua pietra tombale non riesce a trattenere Gesù, che ne valica i confini senza esserne risucchiato (Mc 16,6).
Con Gesù, dunque, le barriere diventano soglie, perché lui abita il limite per trasformarlo in varco da oltrepassare. I confini spaziali si trasformano in porte e gli ostacoli divengono ponti.
Valicare i confini con Gesù
Ciascuna delle quattro figure spaziali topologiche si offre a noi come opportunità per rileggere il nostro modo di vivere e relazionarci.
Il deserto
Il deserto, luogo spossante e anelante all’essenziale, evoca la debolezza umana. Ciò viene proletticamente indicato nel prologo, quando è proprio il deserto inospitale a diventare scenario salvifico dell’arrivo del Messia (Mc 1,9-11).
Siamo abituati a pensare la vita umana come segnata da indegnità e inconsistenza. A questo ci ha abilitati la Bibbia stessa, quando ha diviso il mondo in tre strati:
- lo strato più alto è quello del cielo o dei cieli, abitato da Dio e dai suoi angeli (le stelle sono immaginate come schiere militari divine);
- lo strato intermedio è quello della terra, abitata dagli esseri umani e dalle altre creature;
- lo strato più basso è quello degli inferi, sede dei morti.
Anche a spiritualità si è nutrita di questo immaginario quando ha parlato di cose terrene, ritenute disdicevoli, e cose celesti, degne invece di ammirazione.
Le acquisizioni scientifiche hanno tolto ogni fondamento all’idea che Dio sia in alto rispetto a noi. Dio è il Fondamento dell’essere: è il nostro spazio vitale nella sua totalità, l’abbraccio che ci tiene in vita, in questa forma che conosciamo.
Questa consapevolezza ci spinge a considerare l’unità dell’esperienza umana: non ci sono parti di noi da eliminare o schiacciare a beneficio di elevazioni celesti. La santità passa per l’accoglienza grata della nostra esistenza umana, terrena: è questo lo spazio della nostra crescita.
Questa accoglienza deve avvenire in particolare per il primo spazio che abitiamo nel mondo: il nostro corpo. Sovente denigrato e sottovalutato in una certa spiritualità cristiana, il nostro corpo è lo spazio che occupiamo nella nostra vita. Accoglierlo e amarlo anche nel limite è parte integrante del nostro cammino di crescita.
Nel racconto di Marco, Gesù si mostra attento al limite umano, da lui non più percepito come segno di impurità e indegnità. In questa logica si possono leggere gli episodi di guarigione ed esorcismo.
La condizione umana, nella sua ontologica debolezza e inconsistenza, viene accolta e sostenuta da Gesù. Il Dio che vi dialoga attraverso Gesù Cristo non è un elargitore automatico di miracoli, ma colui che mostra un amore capace di accogliere ciascuna persona per come è.
Riflettendo sul deserto incontrato da Gesù, possiamo quindi accogliere l’invito a fare i conti con la nostra idea del limite umano, sperimentato anche nella debolezza del nostro corpo.
Il mare
Il Mare di Galilea, che in realtà è un lago, separava la terra santa dalle zone pagane. Evoca dunque l’impatto con l’estraneo e il proprio rapporto con la diversità.
Se l’esodo vedeva nel mare una barriera da superare per fuggire dalla straniera terra d’Egitto verso una terra di cui appropriarsi, in Marco il percorso di uscita è invece orientato verso territori estranei (Mc 4,35-41; 6,45-53; 8,13-22), abitati da gente ritenuta pagana e lontana dalla volontà del vero Dio, che pure nel Vangelo diviene interlocutrice positiva, capace di accogliere sorprendentemente la proposta di Gesù e aderirvi (p.e., Mc 6,53-56).
A livello narrativo, questa direzione esodale controcorrente si lascia percepire anche nell’azione di Gesù a favore di chi non è riconosciuto come appartenente al popolo santo di Dio (Mc 5,1-20; 7,24-30.31-37; 8,1-10.22-26).
Accanto ai diversi episodi in cui gente straniera mostra un’attitudine positiva nei confronti di Gesù, spicca l’importanza dei suoi dialoghi didattici coi discepoli. È lì che Gesù ha modo di disinnescare il motore dell’avversione che genera repressione, violenza, marginalizzazione, oppressione e chiusura. Si pensi, in modo particolare, alla preoccupazione del discepolo Giovanni davanti a chi compie esorcismi nel nome di Gesù, ma non ci seguiva (Mc 9,38).
Chi vede nell’estraneità un pericolo manifesta una percezione bipartita della realtà. Il discepolo Giovanni individua due gruppi: noi e gli altri. Ebbene, Gesù dimostra di non percepire l’opposizione che Giovanni gli presenta, depotenziando così il motore stesso dell’ostilità: chi non è contro di noi è per noi (Mc 9,40).
La richiesta è quella di cambiare lo sguardo sull’alterità. Non solo su quella di gente che proviene da altre terre e altre culture. Forse tale impatto è limitato nel tempo, per noi. Vi è però un’alterità assai più spiazzante: quella di chi ci vive accanto e non è come vorremmo. È con quella diversità talvolta graffiante che dobbiamo fare i conti, talvolta quotidianamente.
Il modo di Gesù di percepire i rapporti interpersonali è diverso: non più basato sulla rivalità presunta o sull’appartenenza professata a un gruppo, per motivi etnici, religiosi, sessuali, tribali, politici. Lì dove il discepolo percepisce un limite, Gesù individua un’opportunità.
Marco sigilla questo percorso quando riserva la confessione di fede piena a un centurione romano (Mc 15,39: Veramente quest’uomo era Figlio di Dio). Quel centurione è il pagano, è lo straniero ed è anche il nemico che ha guidato la crocifissione di Gesù.
Eppure Marco non esita a indicare in costui l’unica persona capace di cogliere l’identità profonda di Gesù, la stessa proclamata dalla solenne voce divina per ben due volte nel Vangelo: nel deserto e sul monte (Mc 1,11; 9,7).
La dichiarazione del centurione supera in intensità persino quella di Pietro (Mc 8,29: Tu sei il Cristo), compromessa dalla sua immediata reazione di chiusura davanti alle modalità inedite che Gesù lega all’identità del Messia (Mc 8,31-33).
Ecco l’invito per noi: fare i conti col nostro modo di percepire la diversità e l’ostilità nelle relazioni. La proposta di Gesù è l’inclusione e il perdono, e mostra il paradigma del ponte contro quello della barriera, proprio come quando supera senza difficoltà le acque che separano la terra santa da quella dei presunti peccatori.
Il monte
Il monte, nella cultura biblica, come in tutte quelle antiche, evoca il modo di pensare Dio e il suo messaggero.
È molto diffusa l’immagine pagana del Dio capriccioso e autoritario che agisce arbitrariamente nella storia, secondo una sua personale volontà inappellabile.
La teologia tradizionale ha immaginato che Dio ha un progetto salvifico che, per ciascuna persona, si declina come una serie di indicazioni precise e di scelte necessarie. Qui si radica il mito della vocazione personale, come strada da indovinare per non fallire.
Noi cerchiamo un posto nel mondo, un posto nel progetto di Dio. Pensiamo che lui abbia un copione per noi, un progetto esatto. Ma questa è una illusione. Dio ha un orizzonte da offrirci: l’umanizzazione. Come ci umanizzeremo, resta una nostra scelta.
Anche Gesù fa i conti con solenni fraintendimenti sull’idea di Dio, confrontandosi con le autorità religiose del suo tempo. Esse non lo riconoscevano come espressione autentica e autorevole del Dio biblico che conoscevano.
La sua prassi includente, attenta alla vita concreta delle persone e lontana dal legalismo e dal liturgismo, spiazza chi detiene il primato teologico (i farisei) e cultuale (i sadducei).
Ebbene: le credenziali divine di Gesù, tanto spesso reclamate dai propri avversari religiosi (Mc 8,11-12; 11,27-28), vengono conferite a Gesù su di un monte, quello della trasfigurazione (Mc 9,2-13). Lì Gesù si rivela come il depositario dell’idea di Dio più vera.
Anche il suo gruppo discepolare mostrerà la propria inadeguatezza nell’accogliere la linea autentica di Gesù. I discepoli fraintenderanno, spesso incapaci di conciliare la propria idea dei requisiti di gloria e successo dell’inviato divino (Mc 8,29; 9,34; 10,37.38b) con la proposta avanzata da Gesù di un Messia diverso (Mc 8,31-32; 9,31; 10,33-34).
Per i propri discepoli e discepole Gesù, sul monte degli Ulivi, presenterà una rilettura della storia in chiave polemica e drammatica (Mc 13,3-37), invitandoli ad assumere una prospettiva nuova sulla storia e su Dio stesso.
Il Dio di Gesù salva attraverso il coinvolgimento personale e comunitario di chi aderisce alla sua proposta.
Possiamo chiederci anche noi quale idea di Dio coltiviamo: il Dio della gloria, del successo, dei miracoli e del benessere, oppure il Dio che ci chiede di metterci in gioco per cambiare la storia ferita dall’egoismo, facendo nostro finalmente il progetto umanizzatore di Dio che Gesù chiamava Regno di Dio.
Il sepolcro
L’ultima sfida che il Gesù marciano lancia al suo lettore è quella relativa al rapporto con la morte.
La tomba marciana, sotto gli occhi increduli di discepole intimorite e grazie all’autorevole parola di un giovane accreditato dal suo legame simbolico con Gesù, da barriera invalicabile si rivela porta di passaggio che la pietra tombale non ha potuto sigillare.
Presso il sepolcro vuoto di Gesù, il volto divino viene confermato come quello del Dio non dei morti ma dei vivi (Mc 12,27). La risurrezione (Mc 16,6), manifesta definitivamente l’identità di Gesù e la sua autorità di origine divina, offrendolo come punto di riferimento per un rapporto profondo e autentico con Dio.
Il sepolcro del racconto di Marco ci interpella sul senso che diamo alla vita, sul modo col quale vogliamo stare al mondo, occupando il nostro spazio e creandone altro.
Una nuova terra promessa
Con Gesù, riscopriamo il verso senso della terra promessa: non un territorio da godere in esclusiva, estromettendo le persone sgradite e decidendo chi tenere con noi, magari ad ogni costo.
La terra promessa della Bibbia diventa immagine di uno spazio di incontro autentico: con se stessi, pur nella propria fragilità, con gli altri, anche quando ci scomodano, con Dio, per quanto imprevedibile e imprendibile, e col senso del nostro stare al mondo.
Lo spazio diventa allora
- occasione di accoglienza della propria fragilità (il deserto),
- opportunità di incontro rinnovato da inclusione e perdono con l’alterità che scomoda e ferisce (il mare),
- possibilità di incontrare il Dio che non abita né i cieli e neanche i templi ma piuttosto la storia umana nella sua ferialità (il monte),
- momento di riflessione sul senso della vita e della morte, accogliendo la persona di Gesù di Nazaret come immagine del volto di un Dio che ama e dona vita (il sepolcro).
Ciò che è sotteso è il cambio di paradigma: da una fede statica e pigra a un cammino di ricerca costante e appassionata.
Pregare lo spazio
Pregare lo spazio significa prima di tutto prendere consapevolezza dello spazio che occupiamo, del nostro esserci.
Per entrare in una preghiera meditativa che coinvolga il nostro corpo, e in particolare il nostro respiro, iniziamo a sentire i confini del nostro spazio corporeo, definiti dalla seduta che ci ospita, dalla spalliera, dal pavimento, dai vestiti. Avvertiamo il nostro esserci.
Poi lentamente ci soffermeremo sul nostro respiro, movimento che ci fa espandere nello spazio. Respiriamo il nostro esserci, espandiamo i nostri polmoni con la forza del diaframma.
Gradualmente scopriremo così i punti annodati del nostro fisico, le resistenze che ci abitano. Respirando profondamente, proveremo a liberare l’energia del nostro corpo, riscoprendo la benedizione che ci abita e l’amore che ci abbraccia.
Il Dio dello spazio
(di Annamaria Corallo)
Eccomi davanti a te,
Signore del tempo
e dello spazio.
Sono presente a te col mio corpo,
nello spazio che occupo,
segno del mio esserci.
Avverto il mio respiro,
nel quale soffia il tuo alito vitale
e col quale sento la tua vita nella mia.
Il mio corpo mi parla di fragilità,
del limite legato alla precarietà
del mio esserci, nello spazio e nel tempo.
Nel tuo abbraccio amante e vitale,
accarezzo la mia piccolezza,
e accolgo gli spazi dolenti del mio corpo.
Le ferite che porto nel mio animo
e che lasciano il segno nel mio fisico,
rallentando il mio respiro.
Le accarezzo come fai tu,
ne allento la tensione e lo stress
mentre lascio posto al tuo sguardo amante su me.
Accolgo il mio spazio vitale
superando la logica del conflitto,
scegliendo l’inclusione e il perdono mostrati da Gesù.
Nel mio respiro, accolgo il tuo esserci
per ciò che sei: non il Dio dei cieli e dei templi,
ma il Dio della storia feriale, nella quale mi accompagni.
Nel mio respiro, ti riconosco come il Dio della vita,
che non mi lascia cadere nel nulla, ma ridà forza
e speranza al mio esserci e al mio amare.
Respiro lentamente,
so che mi abbracci,
so che mi ami.
Se desideri approfondire la riflessione biblica sullo spazio nel racconto di Marco, ti rimando al mio volume Dal deserto al sepolcro. La strategia simbolica degli spazi nel Vangelo di Marco.
Ti aspetto ai miei prossimi percorsi biblici, per continuare il cammino. Se vuoi conoscerli, leggi questo articolo!










1 Commento
“Il Dio della storia feriale, nella quale mi accompagni”… Grazie Annamaria. Dopo la magistrale esposizione testuale, se posso permettermi, è bello leggere anche la tua personale e intima percezione dello spazio.