La festa dell’Immacolata concezione, molto sentita nella tradizione cattolica, riporta in primo piano la figura di Maria di Nazaret e ci offre la possibilità di tornare a considerarla con occhi nuovi.
Osservare la realtà
Ci sono dei fenomeni naturali che sono osservabili da millenni. Pensiamo al Sole o alle maree. Il Sole è visibile nel cielo fin dalla prima insorgenza della specie homo sulla terra. Gli esseri umani hanno sempre visto la sua luce lungo il giorno. Il Sole è sempre lo stesso. Eppure, lungo la storia dell’umanità, lo si è interpretato in modo diverso.
Vi sono state culture antiche che hanno visto in esso una divinità.
Gli antichi Egizi lo hanno chiamato Rha (o Re). Per i Greci era Èlios. I Maya chiamavano il Sole Itzamà o Itzamnà e lo adoravano come un dio.
Lungo il tempo, il Sole è stato poi percepito come una stella gigante che ruotava intorno alla Terra. E questo sistema, detto geocentrico, è stato considerato affidabile e realistico per molti secoli.
Finché le osservazioni di Niccolò Copernico e le teorie elaborate da Galileo Galilei hanno introdotto una visione completamente nuova delle cose, scoprendo che è la Terra a ruotare intorno al Sole e affermando il sistema eliocentrico.
Oggi si parla di sistema galassiocentrico.
Eppure il Sole è rimasto sempre lo stesso. Siamo noi che abbiamo cambiato il modo di parlarne, in relazione alla nostra cultura.
Percezioni condizionate
Insomma: la nostra conoscenza della realtà è sempre condizionata dal contesto culturale nel quale viviamo, dal paradigma che abbiamo assunto e, in fin dei conti, dalla prospettiva dalla quale guardiamo le cose.
A questo assunto non sfugge neanche la nostra conoscenza di Dio. Il modo di pensare Dio è storicamente condizionato e risente della cultura di chi lo pensa.
Questo vale anche per il modo di pensare e vedere Gesù, come dimostrano le tantissime cristologie che lungo la storia della Chiesa si sono avvicendate e affiancate.
E questo vale anche per Maria di Nazaret.
Concepire la realtà nella fedeltà alla propria storia e cultura significa collocarsi creativamente nel solco della Tradizione. La Tradizione è infatti la ricerca del volto di Dio che si elabora nel tempo.
Maria nel contesto biblico
In particolare, come dice Karl Rahner, l’immagine di Maria è stata legata, lungo la storia del pensiero credente, all’immagine della donna di ogni epoca. Immagine costruita attraverso il pensiero maschile.
Prima di soffermarci a fare delle considerazioni su Maria di Nazaret, vediamo quale idea del femminile è assunta dalla Bibbia.
La donna nella Bibbia
Anche la Bibbia propone un’idea del femminile elaborata da maschi. Si tratta di un’idea che oggi chiamiamo patriarcale.
Il patriarcato è il sistema sociale nel quale l’arché, ossia il principio di comprensione e di regolamentazione delle cose, è il patèr/patròs, il padre, ossia il maschio che dà origine a una famiglia.
La Bibbia è una raccolta di libri scritti da uomini. Questi uomini hanno raccontato la loro versione della realtà, partendo dal contesto patriarcale dominante.
Non possiamo compiere un percorso esaustivo sull’immagine femminile che la Bibbia tratteggia, ma possiamo notare alcuni elementi prevalenti.
La Bibbia come traccia della storia
La Bibbia, in quanto documento dell’antichità, ci restituisce l’immagine femminile della cultura patriarcale in cui fu scritta.
La donna viene lodata se rimane nei confini della casa, dove si occupa delle mansioni domestiche, soddisfacendo i bisogni basilari della famiglia: nutrire, vestire, dare onorabilità. Ne è chiara traccia la letteratura sapienziale custodita nel libro dei Proverbi che loda la donna di valore (èshet chàyil):
15Si alza quando è ancora notte, distribuisce il cibo alla sua famiglia e dà ordini alle sue domestiche. 17Si cinge forte i fianchi e rafforza le sue braccia. 19Stende la sua mano alla conocchia e le sue dita tengono il fuso. 21Non teme la neve per la sua famiglia, perché tutti i suoi familiari hanno doppio vestito. 23Suo marito è stimato alle porte della città, quando siede in giudizio con gli anziani del luogo. 27Sorveglia l’andamento della sua casa e non mangia il pane della pigrizia. (Pr 31,15.17.19.21.23.27)
Se la donna si sottrae a questo ruolo ancillare è considerata disprezzabile e pericolosa per la stabilità della società:
11Ella è irrequieta e insolente, non sa tenere i piedi in casa sua. 12Ora è per la strada, ora per le piazze, ad ogni angolo sta in agguato. (Pr 7,11-12)
Nella cultura biblica la donna non ha gli stessi diritti dell’uomo, come in tutte le culture antiche, anzi ne è ritenuta proprietà, come si evince dall’elenco dei beni personali che il comandamento di Dio vieta di ambire se appartengono a un altro uomo.
17Non desidererai la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo. (Es 20,17)
La donna appartiene prima al padre, che la dà in sposa con un contratto che prevede un pagamento, e poi appartiene al marito. Tanto è vero che la moglie poteva essere venduta per saldare il debito della famiglia (Mt 18,25).
Gli studi storici sul contesto della Bibbia hanno evidenziato come, dal punto di vista religioso, salvo eccezioni sempre possibili, le donne normalmente erano esentate dallo studio della Torah, ma ricevevano in casa i rudimenti della fede.
Erano dispensate dai due precetti positivi fondamentali del giudaismo: il pellegrinaggio annuale a Gerusalemme per le feste cardinali (Pasqua, Pentecoste e Sukkòt) e la preghiera settimanale in sinagoga o la recita quotidiana di testi come lo Shema‘. Potevano comunque prendere parte al culto sinagogale, ma senza diritto di parola e senza influenzare con la propria presenza il minian, ossia il quorum di dieci persone che rendevano valida la preghiera pubblica. All’interno della sinagoga, avevano una zona riservata, posizionata solitamente dietro a quella degli uomini o su tribune. Non potevano distrarre gli uomini dal rito.
Le donne, inoltre, non presenziavano riti sacrificali. Se erano di famiglie sacerdotali, erano i mariti a rappresentarle nelle cerimonie pubbliche. E questo anche perché non potevano entrare nella zona sacrificale del Tempio, riservata ai soli uomini. Le donne dovevano fermarsi ben prima del Santo dei santi, rimanendo nel Patio delle donne, separato con un divisorio fisico dal resto dell’edificio sacro.
In sintesi possiamo dire che, in piena consonanza con le culture antiche, la donna presentata nella cultura biblica ricopriva un ruolo marginale a livello sociale, ma fondamentale sul piano familiare. Aveva un suo posto, in secondo piano, e doveva rispettarlo, per onorare così se stessa e il proprio marito, o padre. Se rientrava nelle aspettative patriarcali del tempo, la donna era rispettata e tutelata. Diversamente era disprezzata.
La Bibbia letta nella storia
La Bibbia non è solo un documento che testimonia il pensiero antico. È anche un testo letto e interpretato lungo la storia.
I dati storici della Bibbia sono stati presi alla lettera come verità rivelate, quindi assolutizzate. A livello teologico si è dunque giustificata l’inferiorità della donna leggendo la pagina della creazione in cui si dice che deriva dall’uomo:
22Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. (Gen 2,22)
In questa stessa lettura letterale del mito di Genesi, si è constatato come sia la donna a peccare per prima:
6Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. (Gen 3,6)
Questo tipo di lettura è riscontrabile già nel Nuovo Testamento, quando, a partire da questa presunta debolezza davanti al male, la donna è ritenuta credulona e stupida:
6Fra questi vi sono alcuni che entrano nelle case e circuiscono certe donnette cariche di peccati, in balìa di passioni di ogni genere, 7sempre pronte a imparare, ma che non riescono mai a giungere alla conoscenza della verità. (2Tm 3,6-7)
Questo quadro biblico conosce diverse figure femminili malvagie, come Gezabele (1Re 18,4.13; 19,2; 21,1-16), Zeres, moglie di Amàn, che gli consiglia di impiccare Mardocheo (Est 5,14) o la moglie di Giobbe che gli suggerisce di maledire Dio e morire (Gb 2,9).
Ma ci sono anche donne che non rientrano perfettamente nei parametri patriarcali: pensiamo in particolar modo a Rut, protagonista dell’omonimo libro.
Maria nel Nuovo Testamento
Prima di accostare la figura di Maria così come viene presentata nel Nuovo Testamento, e in particolare nei vangeli, occorre fare due precisazioni.
Chi scrisse i vangeli viveva nel contesto patriarcale
In primo luogo, i vangeli risentono del medesimo contesto patriarcale del Primo Testamento. Le figure femminili sono accostate dagli autori del Nuovo Testamento con poco interesse.
Si può qui vedere un esempio paradigmatico di questo processo di silenziamento del femminile nella figura delle discepole di Gesù.
Il primo vangelo, quello di Marco, non registra la presenza delle discepole lungo tutta la narrazione, se non quando costoro diventano protagoniste della scena, alla morte e sepoltura di Gesù. Lì il racconto ci informa di una cosa che il testo ci aveva nascosto fino a quel momento:
40Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, 41le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme. (Mc 15,40-41)
Quelle donne erano dunque sue discepole a pieno titolo. Eppure Marco non ce ne aveva mai parlato e tantomeno ci aveva raccontato la loro chiamata. Ora, alla fine del suo racconto, Marco ci mette all’improvviso davanti a una notizia inattesa che deve cambiare il nostro modo di leggere tutte le pagine precedenti che riportano la presenza del gruppo discepolare, inserendovi anche le discepole.
Le figure femminili seguivano Gesù dalla Galilea, quindi da sempre, ma solo in questo momento Marco ce ne parla. Fino ad ora lo aveva ritenuto inutile, evitabile, ininfluente. Eppure c’erano. Ora, prima di raccontare le apparizioni che le videro protagoniste, non può che presentarcele.
È inoltre indubbiamente una traccia del patriarcato dominante il fatto che gli evangelisti non chiamino mai esplicitamente “discepole” le donne che seguivano Gesù, come a ridimensionarne il ruolo. Ancora oggi, per inerzia linguistica, si parla di “discepoli” e di “donne”, come se la dignità discepolare fosse loro preclusa. Il che, in senso storico, è un assurdo.
Per considerazioni pregnanti sul ruolo del discepolato femminile anche nell’evento pasquale, si può utilmente leggere il mio volume Croce e delizia. Ripensando la risurrezione di Gesù, Amazon 2021.
Luca cerca di riempire il vuoto narrativo di Marco, presentando al capitolo ottavo del suo racconto, un seguito femminile:
1In seguito egli se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio. 2Con lui vi erano i dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti maligni e da malattie: Maria, detta Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; 3Giovanna, moglie di Cuza, l’amministratore di Erode; Susanna e molte altre che assistevano Gesù e i dodici con i loro beni. (Lc 8,1-3)
Non a caso si ritiene possibile che la comunità teologica lucana, autrice del terzo vangelo, fosse composta anche da donne.
I vangeli sono cristocentrici
Una seconda avvertenza è necessaria per accostarci ai vangeli per conoscere la figura di Maria. I vangeli sono intenzionati a rivelare l’identità di Gesù che il suo gruppo discepolare ha scoperto essere il Cristo, il Figlio di Dio e il Signore.
Nessun altro personaggio dei racconti evangelici rientra negli interessi degli autori antichi. Solo Gesù. Neanche la madre di Gesù ha un ruolo a sé stante, sganciato dalla persona di Gesù. I vangeli non sono mariani, sono cristiani.
Maria nei vangeli
Assunte queste premesse, veniamo a considerare il modo col quale i singoli vangeli presentano Maria.
Marco
Il primo vangelo scritto è quello di Marco. Non dà particolare attenzione a Maria, che è invece ritratta come una persona che non riesce a comprendere il figlio (Mc 3,20-35). Maria è presentata da Marco come quelli di fuori, che non capiscono chi sia Gesù.
La presentazione di Marco è tanto dura che i passi paralleli dei vangeli sinottici (Mt 12,22-37.46-50; Lc 11,14-23; 8,19-21) mostrano il tentativo di sminuire la reazione di Gesù alla pretesa della famiglia, e della madre in particolare, di fermare l’attività, frenetica e fuori dagli schemi patriarcali, di Gesù.
Luca
Matteo e Luca riservano più importanza alla nascita di Gesù e quindi danno maggiore spazio a Maria. In particolare è Luca a riservarle più spazio. Nonostante anche per Luca il focus sia Gesù e non Maria, da questo vangelo riceviamo alcuni tratti decisivi sul personaggio evangelico di Maria.
Lc 1,26-38: La sappiamo protagonista di una vocazione divina e depositaria di un annuncio di nascita prodigiosa, secondo la letteratura biblica.
Lc 1,39-45: La vediamo lodata per la sua fede dall’anziana parente Elisabetta.
Lc 1,46-56: La sentiamo elevare un cantico profetico che presenta il regno di Dio in atto.
At 1,14; 2,1: Gli Atti degli Apostoli presentano Maria inserita a pieno titolo nella comunità pasquale, mentre con gli altri riceve lo Spirito santo.
Giovanni
Il Quarto vangelo presenta Maria senza mai chiamarla per nome. Evidentemente, nella comunità giovannea, lei è nota esclusivamente in relazione esplicita con Gesù. È infatti sempre chiamata “la madre”. Nel vangelo di Giovanni, la presenza di Maria incornicia la vicenda di Gesù.
Gv 2,1-12: La incontriamo al fianco di Gesù a Cana di Galilea, al primo segno prodigioso da lui compiuto.
Gv 19,25–27: È poi presente sotto la croce di Gesù, quando lui la affida al discepolo amato.
Una mariologia patriarcale
Come sono stati letti i dati evangelici relativi a Maria lungo la storia della Chiesa?
Prima di tutto, per molti secoli, in mancanza degli strumenti esegetici scientifici, nati alla fine del 1700, i testi sono stati presi alla lettera, valorizzando alcuni elementi funzionali alla mentalità dei teologi maschi.
Manipolazioni patriarcali dei vangeli
Non tutte le pagine bibliche relative a Maria hanno avuto la stessa considerazione nella lettura patriarcale dei teologi maschi. La mariologia patriarcale ha enfatizzato alcuni versetti evangelici, leggendoli come conferme al proprio assetto sociale.
1. Non conosco uomo (Lc 1,34): la vergine che disprezza la corporeità
I primi teologi, detti Padri della Chiesa, lessero il Nuovo Testamento in dialogo con la cultura ellenistica, interpretandolo alla luce delle categorie filosofiche che erano loro familiari. Si trattava di una filosofia dualista, di stampo platonico, che disprezzava la corporeità.
In questo contesto, la verginità di Maria, espressa nei racconti dell’infanzia di Gesù, viene intesa come uno stato di vita preferibile, sublimato e assolutizzato.
La verginità dei movimenti ascetici del IV sec. diventa il nuovo martirio di una Chiesa ormai non più perseguitata. Maria ne è modello fulgido.
Assume i tratti di una femminilità asessuata, spesso rinvenibile anche nell’iconografia che la riguarda. La sessualità delle donne concrete viene considerata biasimevole e meno degna.
2. Ecco la serva del Signore (Lc 1,38): Maria la donna dipendente dal maschio
In una teologia che pensa Dio con le categorie maschili, Maria è il perfetto esempio della sottomissione della donna che dipende dal maschio, indicando alle donne lo stato ideale e quello che il teologo René Laurentin definirà «il modello psicologico della perpetua minorenne».
Maria diventa modello della donna che sottomette la propria volontà senza discutere, in una perfetta obbedienza.
Il suo essere serva è associato a una condizione di piccolezza che si esprime nei servizi più umili e umilianti. Tale è il ruolo suggerito alle donne nelle esperienze ecclesiali.
3. Benedetto il frutto del tuo grembo (Lc 1,42): la madre, modello domestico
La maternità di Maria è concepita come conferma dell’immaginario patriarcale nel quale la donna è completa solo se madre e se, di conseguenza, resta relegata nel contesto domestico.
La madre è colei che si prende cura della famiglia, resta nel focolare domestico, non si occupa di faccende sociali ma si dedica al marito e ai figli.
Maria è modello di docilità devota, spesso imposta alle donne per richiamare loro i doveri del loro ruolo sociale, evidentemente patriarcale.
4. Benedetta tu fra le donne (Lc 1,42): Maria l’anti-Eva
Partendo da Giustino (100-163/7 d.C.) e passando per Ireneo (130-202), agli albori della vita della Chiesa, fu introdotta dai teologi una analogia tra Maria ed Eva, ricalcando quella tra Cristo e Adamo.
Ma l’opposizione tra Maria ed Eva è stata usata in modo violento per denigrare le donne, tanto diverse da Maria.
Eva aveva parlato, peccando. Maria tace.
Eva è considerata una seduttrice. Maria è la vergine.
Tutte le donne sono pensate come discendenti da Eva. Maria è invece percepita come diversa da tutte le donne: è benedetta, lei solo, tra le donne.
L’idealizzazione di Maria diventa motivo di denigrazione per tutte coloro che fanno parte del genere femminile.
Se ne ottiene una strana schizofrenia: più si idealizza Maria, più si disprezzano le donne concrete, così lontane dal modello patriarcale mariano.
Non a caso, le Chiese che coltivano maggiormente il culto mariano idealizzato sono quelle che escludono le donne dai ruoli di potere e di responsabilità ecclesiale.
Ripensare Maria, ripensare il femminile
Il paradigma patriarcale non è semplicemente l’esaltazione felice dell’uomo a discapito della donna. Il patriarcato propone anche un modello maschile svilente e vincolante, che costringe l’uomo a un ruolo statico segnato dalla predominanza, dal potere e dal successo. Spesso l’incapacità di rispondere alle aspettative patriarcali sull’uomo è causa di depressioni e finanche suicidi, non a caso molto più frequenti tra gli uomini che tra le donne.
I movimenti di pensiero che hanno messo in discussione il patriarcato sono spazi di liberazione per il femminile e per il maschile.
Approfondisco questo tema nel libro Gesù oltre gli stereotipi patriarcali, edito da la meridiana di Molfetta, nel 2022.
La teologia femminista
Il modello patriarcale ha prevalso nella storia dell’umanità per secoli. In alcuni luoghi del pianeta è ancora imperante e spesso avvalorato da fondamentalismi religiosi, anche cristiani ovviamente.
Chi lo ha proposto e cavalcato, si è appellato al volere indiscutibile della natura, dimenticando che le relazioni umane sono sempre espressioni culturali, ossia sono sempre il frutto di una interpretazione collocata in un determinato orizzonte di significati.
Dopo secoli di silenzio e sottomissione, in Europa le donne iniziano ad appropriarsi degli spazi di riflessione sociale come conseguenza del movimento di pensiero che nasce con la Rivoluzione francese e si sviluppa con la Rivoluzione industriale alla fine del 1700 in Gran Bretagna.
Diversi furono i contributi di donne intellettuali di tutta Europa e ben presto degli Stati Uniti d’America. Stava nascendo il movimento di promozione di pari diritti tra uomini e donne che sarà poi chiamato il femminismo.
Per la riflessione teologica, tra le protagoniste val la pena ricordare Elizabeth Cady Stanton (1815-1902), l’attivista statunitense che si rese conto di come le argomentazioni patriarcali degli uomini erano fondate su una certa lettura letteralista della Bibbia. Il movimento femminista iniziò quindi a studiare la Bibbia, avvalendosi del metodo storico-critico, già fiorente negli ambienti protestanti.
Per conoscere e familiarizzare con questo metodo e con gli altri approcci esegetici, rimando al mio recente volume Dalla Scrittura alla Parola. Leggere a vivere la Bibbia, Amazon 2021.
Da allora, sempre più donne sono entrate nel dialogo accademico biblico proponendo una lettura di genere capace di offrire un contributo prezioso alla comprensione del testo biblico: i testi venivano letti con occhi nuovi, sempre avvalendosi degli strumenti scientifici che intanto si erano affermati nell’esegesi accademica.
Sulla scia di questo movimento, anche i teologi maschi hanno iniziato a notare dettagli prima sottovalutati e a guardare i testi biblici con occhi nuovi, scoprendo un orizzonte inclusivo nel quale comprendere meglio il volto di un Dio che ama tutte e tutti.
Nuove letture
Anche noi oggi, adottando uno sguardo inclusivo e avvalendoci degli strumenti scientifici della lettura biblica, possiamo abbandonare letture letteraliste e riduttiviste anche di Maria.
Inserendola nel contesto del suo tempo, coglieremo ancora meglio come le vengano attribuite qualità attive, distanti dalle aspettative patriarcali.
Maria, a differenza di Zaccaria, interloquisce con l’angelo di Dio (cf. Lc 1,18 con Lc 1,34).
La comunità lucana le attribuisce il canto di liberazione che noi chiamiamo Magnificat (Lc Lc 1.46-55).
Il titolo di serva del Signore si ricollega alla dignità degli eletti di Dio, come vuole la letteratura profetica (Is 42; 49–50; 53).
La sua iniziale incomprensione della proposta di Gesù (Mc 3,20-35) è segno del suo esserci compagna nel cammino della fede, pellegrina come noi nei sentieri del dubbio e della ricerca.
La sua presenza nella comunità pasquale (At 1,14; 2,1) indica la sua maturazione spirituale, modello per uomini e donne.
Maria si offre così come modello di discepolato, camminando accanto ad altre e altri discepoli sulla via di umanizzazione aperta da suo figlio Gesù.








