La pandemia, segno dei tempi
Non di rado, negli ambienti ecclesiali in cui si è discusso sulla pandemia, la si è definita un segno dei tempi. Un’espressione intensa che si rifà alla domanda di Gesù riportata nel racconto evangelico di Matteo, quando chiede ai farisei e ai sadducei, i rappresentanti religiosi del suo tempo, in maniera ironica e polemica:
3Non siete capaci di discernere i segni dei tempi? (Mt 16,3)
L’espressione è divenuta famosa durante il Concilio Vaticano II, grande riunione dei vescovi cattolici del mondo intero, con significative presenze di altre confessioni cristiane. La aveva usata papa Giovanni XXIII per inaugurare i lavori conciliari, e ritorna della Costituzione pastorale sulla chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes:
È dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche. Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese, le sue aspirazioni e il suo carattere spesso drammatico. (GS n. 4)
Riprendendo quel concetto, papa Paolo VI diceva, durante l’udienza generale di mercoledì 16 aprile 1969:
I «segni dei tempi» […] devono rendere sagace e moderno il nostro giudizio cristiano e il nostro apostolato in mezzo alla fiumana delle trasformazioni del mondo contemporaneo. È l’antica, sempre viva parola del Signore che risuona ai nostri spiriti: «Vigilate» (Lc 21,36). La vigilanza cristiana sia l’arte per noi nel discernimento dei «segni dei tempi».
I segni dei tempi sono allora eventi da scrutare per cogliere in essi il passaggio della grazia di Dio.
La pandemia, accanto al dramma umano e planetario che ha significato e ancora rappresenta, è dunque un evento capace di interpellarci per farci vivere con più umanità la nostra storia?
La crisi del nostro tempo
Io direi che ha rappresentato l’accelerazione di una crisi in atto da tempo. Come un tifone che spoglia uno scenario già povero, ha mostrato con più evidenza la crisi che stiamo vivendo.
In reazione al fenomeno pandemico, abbiamo vissuto due fasi.
Il tempo iniziale, quello del lockdown di marzo 2020. Potremmo chiamarlo, con una metafora biblica, il tempo della Pentecoste. Infatti, proprio mentre vivevamo sbandamento e paura, ci sembrava di parlare la stessa lingua. Era la lingua della speranza e della voglia di ripartire.
Sui balconi sventolavano bandiere e striscioni con l’incoraggiante slogan:
Andrà tutto bene!
Si avvertiva che solo insieme sarebbe stato possibile affrontare la pandemia. Si riservava maggiore attenzione al bene comune, sapendolo custode del proprio bene personale. Il nemico della comunità era il virus.
È giunto poi un secondo momento. Per restare nelle metafore bibliche, potremmo chiamarlo il tempo della Torre di Babele. Infatti, proprio mentre arrivavano le soluzioni garantite dai vaccini e dalle misure di prudenza nei contatti, paradossalmente, è andata crescendo l’incomunicabilità. È andato montando il sospetto. È questo un tempo caratterizzato da una sistematica chiusura su se stessi, per difendere il proprio bene, a discapito del bene comune. Il nemico personale è la comunità.
Si riscopre così una profonda crisi di comunità, di solidarietà, di fraternità e sororità.
Cosa succede nella Chiesa?
Anche la Chiesa è una comunità. Lungo la sua storia, ha costantemente tentato di rispondere alle urgenze degli uomini e delle donne di ogni tempo.
Ma anche la Chiesa è in crisi? Quali sono le urgenze e le fragilità che la crisi pandemica ha reso più evidenti nella Chiesa?
Volendo provare a prestare ascolto alle voci che si diffondono in ambienti credenti cattolici, non è raro sentire frasi contraddittorie.
Da una parte si smentisce con certezza l’idea che Dio possa essere arrabbiato con l’umanità. Si dichiara infatti che Dio ha creato libera la natura. Ciò che avviene non dipende da lui.
Poi però si insiste molto sulla necessità di aumentare la preghiera per chiedere a Dio la fine della pandemia. Se non l’ha mandata lui e dipende invece dalla libera natura, che senso ha pregare lui perché finisca?
Allo stesso modo, si sente gente che si lamenta perché asserisce che, senza la messa, la vita spirituale si è spenta. Però le stesse persone convengono sul fatto che il non poter frequentare le chiese ha spinto a riscoprire la preghiera personale e in famiglia.
A livello di carità cristiana, non si sa decidere se la pandemia abbia aumentato la generosità delle persone verso i più poveri o abbia esacerbato differenze, diffidenze e chiusure. Si proclama la prima ipotesi, ma si teme che sia la seconda a prevalere.
La crisi della Chiesa evidenziata dalla pandemia
Le contraddizioni notate ascoltando le voci dei nostri ambienti, probabilmente ci aiutano a cogliere che la pandemia ha rivelato almeno tre crepe del nostro modo di essere credenti.
In primo luogo, ha mostrato la profonda crisi del nostro modo di pensare la fede, smascherando la diffusa fede in un Dio miracolistico e tribale, fondata su una lettura letteralista, ingenua e oggi inadeguata della Bibbia, e avvalorata da una tradizione sviluppatasi ampiamente ma in un tempo prescientifico.
Ha poi rivelato le patologie del nostro modo di celebrare la fede, rendendo evidente la tendenza diffusa all’enfatizzazione di un liturgismo e sacramentalismo introversi, ossia ripiegati su se stessi, incapaci quindi di aprire a percorsi di vita e di comunione autentici.
In ultimo, ha evidenziato le fragilità del nostro modo di vivere la fede nella carità e nella missione, palesando reticenze, egoismi e chiusure, come anche deleghe pietiste agli addetti ai lavori, come se la carità o la missione fossero prerogative di alcuni e non di tutti e tutte.
Che risposte abbiamo davanti a questo snudamento dei nostri limiti ecclesiali?
La risposta è Gesù Cristo
Davanti alla percezione di non essere più significativi e di esserci chiusi in difesa, si delinea una sola grande urgenza: tornare a Gesù, tornare al vangelo.
Le nostre realtà ecclesiali devono certamente lavorare per la sopravvivenza. Ma di cosa? Non la sopravvivenza delle nostre strutture e abitudini, ma la sopravvivenza del vangelo, ossia la capacità di dare continuità alla grande risorsa di umanizzazione che come Chiesa custodiamo: la proposta di Gesù.
Nel vangelo si impara lo stile di Gesù, si impara un modo di interpretare la storia, il modo coerente col cuore di Dio.
Come Gesù pensa la fede (teologia)
Secondo il racconto di Marco, il primo vangelo ad essere scritto e dunque la più giovane esperienza di narrazione teologica, la prima azione che Gesù realizza dopo il suo battesimo e le tentazioni subite, è l’annuncio di qualcosa di fondamentale:
15Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino. (Mc 1,15)
Quello che Gesù mette a fondamento della sua esperienza di annuncio è la vicinanza di Dio e del suo regno, ossia del suo progetto di umanizzazione. Il focus è l’identità di Dio.
Dio, per Gesù, non è un lontano abitante dei cieli che scruta dal suo trono le nostre sorti in vista di un giudizio futuro, intervenendo dal di fuori arbitrariamente secondo un personale capriccio.
Dio è una presenza concreta nella vita, è la fonte della vita, è l’energia amante e vitale che ci sostiene, è colui che si è narrato nell’esperienza umana di Gesù di Nazaret come il Dio che ama e vuole la vita in pienezza per tutte e tutti.
Queste intuizioni ci spingono ad abbandonare l’immagine obsoleta di Dio come di un anziano barbuto, rigorosamente maschio, che abita sul suo trono celeste. Dio non è un Essere supremo: Dio è l’Essere stesso o, meglio ancora, il Fondamento dell’essere. È l’abbraccio vitale e amante che ci tiene in vita.
In questo orizzonte, Dio non è colui che interviene su richiesta o per propria iniziativa nella storia. Egli abita la storia perché la sostiene con il suo Essere, e la cambia dal di dentro attraverso le sue creature. Ossia attraverso di noi.
La vicinanza diventa allora una categoria teologica essenziale: non si può pensare Dio come estraneo o lontano. Egli ci è intimo perché è la possibilità del nostro respiro, del nostro muoverci, del nostro amare, del nostro esserci.
Come direbbe Paolo ad Atene, secondo il racconto di Atti:
28In lui noi viviamo, ci muoviamo e siamo. (At 17,28)
In questo orizzonte di senso, diventa chiaro che Dio non interviene neanche e tantomeno con catastrofi punitive. E questa pandemia non è una sua trovata pubblicitaria per attirare devoti impauriti e tremanti. La pandemia è una reazione libera della natura, creata con leggi proprie, a una serie di sollecitazioni umane, climatiche e ambientali.
L’onnipotenza divina si ferma davanti alla soglia della libertà delle sue creature, perché Dio è amore che rispetta e attende i tempi altrui. Questa è il fondamento della buona notizia. Dio non è un giudice severo: Dio è amore (1Gv 4,8).
Dobbiamo dunque ripensare Dio, perché il nostro cammino spirituale sia orientato verso una crescita armonica della nostra umanità nell’orizzonte dell’amore.
Torneremo su questo aspetto durante il percorso online dal titolo Ripensare la fede, che inizia il 10 ottobre 2021.
Come Gesù celebra la fede (liturgia)
Questa idea di Dio si manifesta anche in un modo diverso di sentire la preghiera e la liturgia.
È interessante constatare come la presenza di Gesù nei luoghi tradizionali di culto del suo tempo, a quanto ci dicono i vangeli, sia stata estremamente originale. È interessante infatti constatare come Gesù non venga mai ritratto in preghiera nei luoghi preposti al culto.
Il Tempio, presente a Gerusalemme e mèta di pellegrinaggi rituali, vede Gesù solo al termine del proprio itinerario, secondo i Sinottici. E solo per lo scontro finale con le autorità religiose del tempo, quando caccerà i mercanti dai portici del Tempio (Mc 11,15-18), mettendo in radicale discussione il modo di celebrare.
La sinagoga è praticamente sempre scenario di dispute coi suoi avversari religiosi, gesti provocatori o quantomeno fraintesi e guarigioni indebite dal punto di vista dei benpensanti.
Le guarigioni (proibite) in giorno di sabato sono una prerogativa del Gesù dei vangeli, al punto tale da suscitare l’indignazione di chi gestiva una delle sinagoghe:
14Il capo della sinagoga prese la parola per esprimere la sua indignazione, perché Gesù aveva curato di sabato, e disse alla folla: «Ci sono sei giorni nei quali è lecito operare; venite dunque in quelli e curate, ma non in giorno di sabato». (Lc 13,14)
Se riprendiamo il racconto di Marco, dopo l’annuncio fatto in giro per la Galilea e la chiamata dei primi a seguirlo, Gesù arriva a Cafarnao, di sabato, e va in sinagoga, dove insegna (Mc 1,21).
Marco sottolinea che
23proprio allora c’era nella loro sinagoga un uomo, posseduto da uno spirito impuro, che alzò un grido, dicendo: 24«Che c’è fra noi e te, Gesù Nazareno? Sei venuto per distruggerci?». (Mc 1,23-24)
Gesù si accorge di una persona profondamente turbata, un uomo fragile e ripiegato nella propria infelicità. La Bibbia, seguendo le poverissime conoscenze scientifiche del tempo in materia di medicina, chiama quell’uomo indemoniato.
Ciò che conta, ai fini della nostra riflessione, è la reazione di Gesù: interviene interrompendo il proprio insegnamento, perché la vita di quell’uomo gli pare più importante del rito.
È la vita umana che dà senso al rito. Il rito è per la vita umana, non per Dio. Perché la vita di una persona è ciò che sta a cuore a Dio.
La preghiera serve per entrare nel cuore di Dio e accoglierne lo stile. È uno stile di attenzione per la vita concreta. Il culto serve per sostenerci nell’acquisizione di quello stile. Il senso della preghiera sta infatti incontro con Dio finalizzato a una vita umana più piena.
Quando, nell’ultima cena, Gesù disse:
19Fate questo in memoria di me. (Lc 22,19)
non stava creando un nuovo rito: stava invece chiedendo di assumere lo stile dell’amore che sa andare fino in fondo, ad ogni costo. Stava invitando i propri discepoli e discepole ad accogliere il suo stile di vita.
Non si prega per stare in pace, né per salvarsi, né per obbligo, né per piacere spirituale. Si prega per incontrare il Dio che abita la storia e si manifesta nella storia.
E non si prega solo attraverso i sacramenti, che pure sono una importante e preziosa via. Gesù stesso ha chiarito che egli è realmente presente tra chi si riunisce nel suo nome:
20Infatti dovunque due o tre sono riuniti nel mio nome, sono là in mezzo a loro. (Mt 18,20)
Gesù è realmente presente quando si servono persone emarginate e infelici:
40Vi assicuro, ogni volta che lo avete fatto a uno di questi miei fratelli, che sono i meno importanti, lo avete fatto a me. (Mt 25,40)
Gesù è realmente presente nella sua Parola:
24Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi udite non è mia, ma è del Padre che mi ha mandato. (Gv 14,24)
Dobbiamo allora ripensare il nostro modo di sentire e vivere la preghiera, personale e liturgica, perché recuperi e rinnovi il senso dell’incontro col Dio vivo che abita la storia.
Ho riflettuto su questo aspetto nel mio volume Croce e delizia. Ripensando la risurrezione di Gesù, edito con Amazon nel 2021.
Come Gesù vive la fede (carità e missione)
L’intero vangelo racconta il modo col quale Gesù ha vissuto la propria fede. Un modo sintetico e simbolico è presentato nel racconto dei miracoli.
Come cerco di chiarire nel mio volume GeSùperman ma anche no. Miracoli e altri equivoci, edito con Amazon nel 2021, i miracoli sono elaborazioni simboliche della comunità della prima ora, finalizzati a rivelare chi fosse davvero Gesù e come, nella sua persona, si incontra Dio.
In questo senso, ci mostrano anche la sua umanità, dalla quale traspare il divino. Prendiamo allora in esame un passaggio del famoso racconto di guarigione dei ragazzo epilettico (Mc 9,14-29).
Nella narrazione di Marco, Gesù ha appena vissuto l’esperienza della Trasfigurazione, evidenza della sua vittoria sul male e sulla morte. Tornato a valle con i tre discepoli che lo avevano seguito, Gesù nota che gli altri suoi sono alle prese con gli scribi. Discutono animatamente. Chiede cosa sia successo.
Gli risponde una voce dalla folla.
17Maestro, ho portato da te mio figlio che ha uno spirito che lo rende muto 18e dovunque si trovi se ne impadronisce, lo fa cadere, e lui schiuma, digrigna i denti e rimane rigido. E ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, e non hanno potuto. (Mc 9,17-18)
Quel padre presenta a Gesù un problema complesso: la malattia invalidante e vergognosa che stringe in una morsa il proprio figliolo. È invalidante perché lo rende muto, quindi incapace di relazioni serene. È vergognosa perché, nella cultura del tempo, indica il peccato commesso da qualcuno della famiglia.
Chi conosce il vangelo, sa bene che Gesù interverrà prontamente ed efficacemente. Leggendo però questo episodio, si imbatte in una sorpresa.
20Lo portarono da lui. E vedendolo, lo spirito lo strapazzò e, gettatolo a terra, lo rotolava facendolo schiumare. 21E domandò al padre di lui: «Da quanto tempo gli succede questo?». Quello disse: «Dall’infanzia 22e volte volte lo ha gettato nel fuoco e nell’acqua per farlo morire; ma se puoi qualcosa aiutaci, abbi pietà di noi». 23Gesù gli disse: «Se puoi? Ogni cosa è possibile a chi crede!». 24Subito il padre del bambino diceva gridando: «Credo! Aiuta la mia incredulità». (Mc 9,20-24)
Gesù non interviene dove il dolore grida più forte e il dramma si consuma più visibilmente. Interpella il padre. Gesù si concentra sul dolore muto di quell’uomo che si sentiva responsabile della malattia del figlio. Se la malattia avveniva dall’infanzia del ragazzo, il peccato doveva averlo commesso il padre stesso: era sua la colpa.
Gesù lascia che il dolore si esprima, che la paura si manifesti liberamente, che la poca fede sia confessata, che la voce di chi non ha voce si oda finalmente. Questa è la promozione umana autentica, quella che chiede all’altro di esplicitare il proprio dolore, lo spinge a rialzarsi perché il sostegno dato non sia un sostituirsi, ma un accompagnare.
Solo così il ragazzo è liberato dalla sua malattia. Per una lettura completa di questo episodio biblico, rimando al mio volumetto Il Vangelo e la terapia della presenza, edito da Amazon nel 2018.
Questo racconto di miracolo, secondo lo statuto teologico dell’intera Bibbia, più che essere preso alla lettera, va accolto come annuncio di una rivelazione: Dio si è mostrato vicino a tutte e a tutti nella vita di Gesù.
Gesù non si è limitato ad annunciare la buona notizia. Gesù è stato la buona notizia di Dio, perché nella sua vita, nella sua umanità calda, attenta, vivace, noi abbiamo incontrato il volto più nitido di Dio, ossia abbiamo percepito le potenzialità dell’Essere-in-sé che si manifesta nell’umanità.
Dobbiamo ripensare il nostro modo di vivere la carità e la missione, perché siano spazi di umanizzazione e liberazione, segnati dall’autopromozione delle risorse e dalla condivisione, invece che dall’assistenzialismo e dal dottrinalismo.
Come ripartire da Gesù qui ed ora?
Con Gesù riceviamo una conferma essenziale: è necessario e possibile riconsiderare il modo di pensare, di celebrare e di vivere la fede.
L’uscita dal tunnel è possibile. Ma non si potrà fare dalla stessa parte da cui si è entrati. Occorre una novità. Occorre il coraggio di intraprendere strade nuove.
Quali strade possiamo tracciare nel nostro oggi, lì dove siamo, per vivere
- una teologia
- una liturgia
- una carità e missione
che abbiano il sapore del vangelo?
Andrà davvero tutto bene, per la Chiesa in grande crisi? Andrà come ci impegneremo a farla andare.
Torneremo a riflettere su questi aspetti della persona di Gesù nel percorso online L’uomo che narrò Dio. Riscoprire Gesù di Nazaret che inizierà il 14 ottobre.
Per ora ci restano le sfide e le strade tracciate. Buon cammino!





