Michela Murgia presenta l’edizione danese di Accabadora all’ Istituto Italiano di Cultura in Danimarca.
Il giorno 5 maggio all’Istituto Italiano di Cultura in Danimarca è stata presentata ufficialmente la versione danese del libro Accabadora di Michela Murgia, edito Palomar, tradotto da Maria Andersen.
“Il figlio d’anima è l’unico a cui qualcuno
si prende la briga di chiedere se vuole nascere”.
Michela Murgia
“Accabadora”. Cosa significa? Qual’è il senso celato dietro questo termine misterioso?
In realtà, come racconta la stessa Michela Murgia, Accabadora non significa “nulla”.
Pur volendo pensare ad una qualche attinenza etimologica con lo spagnolo o altre lingue latine in realtàAccabadora più che un nome è un concetto, è un’idea astratta che giunge a concretizzarsi nel romanzo impersonandosi in una donna. Ma ancora di più, in realtà, sarebbe addiruttura più veriterio parlare di Accabadoracome atteggiamento, come una tipologia di azioni. La prima difficoltà, quindi, è linguistica di questo racconto. Difficoltà che nasce già in seno al suo titolo, oltre che dalle varie atmosfere tipiche di un popolo secolare come quello sardo.
Un titolo difficile quindi da tradurre in altre lingue e probabilmente è meglio cosi.
“Si è pensato in verità – ci confessa Michela – anche ad un titolo alternativo che poi però non ha trovato spazio perchè quando si dà il nome ad una cosa bisogna stare attenti, in quanto quel nome diviene parte della cosa stessa, la rappresenta, la identifica ed un cambiamento successivo (nda. erano passati ormai 3 anni da quando il romanzo era stato battezzato temporaneamente Accabadora) ne avrebbe pertanto snaturato il senso”. Ma chi o cosa è veramente Accabadora?
S’accabadóra, lett. è “colei che pone fine“, dal termine sardo s’acabbu, “la fine”, presumibilmente di origine castigliana (da Acabar: finire, terminare)
Nel romanzo si legge di Maria, una ragazzina, ultima di 4 figli, “dei quali i primi tre voluti, la quarta non voluta” – precisa l’autrice, mentre ci racconta ironicamente i retroscena delle varie traduzioni del romanzo.
Maria diviene figlia d’anima di una donna sola che cela in se un grande segreto. La donna che apparentemente sembra una madre amorevole e paziente in realtà è una Accabadora, esperta di riti arcani e misticismi sardi. Il suo mestiere è porre fine alle sofferenze di malati terminali consenzienti, prendendosene così cura. Un giorno, come si legge anche nella trama, Maria viene a conoscenza di questo lato angusto della vecchia signora grazie al suo fedele amico, che confessa di averla vista uccidere il fratello.
Ma qual’è il cuore di questo romanzo? Quale il messaggio che vuole trasmettere?
“In realtà” – svela Michela – “questo romanzo vuole far emergere una figura precisa che è quella dei Fillus de anima”.
C’è una usanza in Sardegna che ha origini molto antiche. Fino agli anni 70, ma forse in alcuni paesi ancora si pratica, accadeva che le madri, vuoi per condizioni economiche difficoltose, vuoi per incapacità di gestione del rapporto materno, lasciassero liberi i propri figli di diventare figli d’anima. La difficoltà di definire in maniera limpida un Fillus de anima deriva proprio dalla natura complessa e articolata di questo particolare rapporto madri-figlio.

La filiazione d’anima è un concetto articolato. Da un lato abbiamo una famiglia economicamente poco agiata o semplicemente incapace di offrire tutto il supporto materiale od emotivo ad un figlio (nda. probabilmente anche in relazione al numero di figli per famiglia) e dall’altro abbiamo una famiglia agiata, magari senza figli o con un patrimonio economico e culturale tale da garantire anche ad un terzo estraneo una opportunità che sarebbe del tutto imprevedibile nel suo staus di origine. “A seconda delle necessità – spiega l’autrice – fra famiglie che si conoscono accade che un figlio non si divida, – fate attenzione -, ma si moltiplichi”. Si tratta di una concezione fortemente collettivistica, di senso di comunità dove figli non appartengono solo ai genitori ma a tutti.
Una dimensione altamente aggregativa quella delle comunità sarde, ma di tante altre comunità analoghe, dove l’educazione dei fanciulli viene impartita un po’ da tutta la popolazione.
A differenza di quanto accade oggi infatti, era d’uso rimproverare anche i figli altrui con la stessa autorità di un genitore naturale, biologico ed anzi con l’approvazione tacita di questi. Una sorta di co-genitorialità collettiva a livello educazionale.
Come accadeva, quindi, che un figlio diventasse figlio d’anima?
“Il figlio d’anima è l’unico a cui qualcuno si prende la briga di chiedere se vuole nascere”.- ci spiega Michela. Accadeva, ad esempio, che due madri si accordassero e l’una concedesse il figlio all’altra come Fillus de anima, o anche che fosse la maestra, ad esempio, a segnalare le buone capacità di un fanciullo proponendolo come figlio d’anima.
“Al riguardo l’unico caso che conosco – continua Michela – in cui ad accordarsi sono stati una donna ed un uomo, è la storia del pastore. C’era un ragazzino, figlio di pastori, che faceva il pastore; ma la sua indole era ben diversa. La maestra si accorge delle capacità del ragazzo e chiede al padre di prenderlo come figlio d’anima per permettergli di studiare. Il padre acconsente anche con il dissenso della madre naturale e così il ragazzino si ritrova figlio d’anima della maestra”.
Ci sono delle cose che, però, vanno specificate. Certamente essere figlio d’anima costituiva un privilegio, una opportunità per realizzare cose che nemmeno si sarebbero potute immaginare nella famiglia di origine. Tuttavia non c’era un obbligo del fanciullo di divenire figlio d’anima, ma era una scelta consapevole derivante, oltre che dall’accordo tra madri, anche dal consenso espresso del figlio. Ma c’è dell’altro. Una simile contrattazione poiché era solo verbale necessitava comunque di un riconoscimento collettivo. E questo riconoscimento è insito nella comunità sarda in particolare. La differenza sostanziale, infatti, ed è questo un punto cruciale, tra i Fillus de anima sardi rispetto ad altri figli d’anima (nda si pensi ad esempio a quelli veneti di cui si legge qualche traccia) è nella capacità ereditaria. I Fillus de anima sardi ereditano! Entrano cioè nell’asse ereditario. Evento che senza un forte riconoscimento collettivo non poteva certamente verificarsi. Ma a quale prezzo?
Sicuramente l’invidia dei fratelli e delle sorelle d’origine per il figlio d’anima, che cambiava il suo status sociale e si vedeva arricchito di opportunità non solo economiche ma anche culturali e sociali, non è da sottovalutare. Una invidia che nella comunità sarda è ben nota e che è anche difficile da spiegare in altre lingue (nda in danese ad esempio è stata tradotta con la parola “odio” ma forse qui si tratta di un concetto un po’ più sottile).
Così come non si può non evidenziare “l’obbligo” del figlio d’anima nei confronti della nuova madre. Un figlio d’anima, infatti, se da un lato assume il privilegio di essere scelto personalmente da una nuova madre che lo porrà in condizione di realizzare la propria vita secondo le sue attitudini e le sue tendenze, dall’altro assume anche l’obbligo di accudirla fino alla morte, sebbene non sia giuridicamente vincolato. Anche qui si tratta per lo più di un obbligo morale ma fortemente cristallizzato nel senso comune, e dunque rispettato.
Cosa c’entra l’Accabadora con i figli d’anima?
In realtà l’autrice attraverso questa figura angusta della donna che prende Maria come figlia d’anima vuole mettere in luce una maternità sfaccettata. I molteplici aspetti di una maternità che nella realtà sarda si duplicano nella figura di due queste due donne, vere protagoniste: la madre di sangue e la madre di anima. Si evincono da questo racconto, da un lato gli aspetti sensibili di una madre che lascia spazio alla propria figlia con il solo intento di colmare quel vuoto, quel deficit educazionale che spinge alla ricerca di una madre d’anima; e dall’altro la compassione, l’interesse, l’amorevolezza di una madre – “l’ultima madre” – che sceglie Maria per trasmetterle il suo bagaglio e la sua saggezza di vita. Il ruolo dell’Accabadora in questo romanzo sembra essere fortemente strumentale a far emergere quei sentimenti complessi e atavici insiti nel ruolo materno. Due donne per spiegare la maternità. Due ruoli diversi, due personalità distinte. E poi l’accanimento di Maria, la sua devozione verso l’ultima madre che esanime finalmente la libera da questo obbligo lasciandosi andare sul letto di morte. Un romanzo che descrive brillantemente una realtà concreta che fino agli anni settanta era fortemente viva.
Il senso di appartenenza, la vita di comunità così serrata, la concezione di una educazione collettiva dei figli, se da un lato sembrano apparire elementi astratti di un romanzo, dall’altro in verità ben si riscontrano con la vita reale di tante piccole comunità non solo italiane ma anche europee e forse mondiali. Una sorta di ponte culturale insito nell’istinto umano di aggregazione. Si tratta di un fenomeno che, se da un lato tende a nichilire l’eccellenza facendola diventare eccezione, dall’altro garantisce la sopravvivenza dignitosa di chi eccelso non è. Probabilmente quella dei Fillus de anima che in Sardegna era, e forse è ancora, una vera e propria istituzione può costituire un modello di confronto a pieno titolo. Il figlio d’anima non viene infatti diviso tra le famiglie ma condiviso, come a dire che un figlio ne valga due. Un’enfasi dell’attitudine personale, delle capacità individuali che vengono in rilievo nella comunità prima ancora del sentimento materno. Per dirla con le parole di Michela Murgia “Si dice che di madre ce ne sia una sola. In Sardegna ce ne sono tante!”.
Oltre all’ambasciatore, presenti all’incontro tra l’altro Grazia Mirabelli, direttore de “Il ponte” e la traduttrice ed editrice danese Maria Andersen.
Note sull’autrice.
Michela Murgia nasce a Cabras nel 1972. Autrice di altri già ben noti romanzi (Il mondo deve sapere, Viaggio in Sardegna, L’aragosta per citarne alcuni). Con Accabadora vince il Premio Campiello nel 2010 subito dopo aver vinto il Premio Mondello per lo stesso romanzo. Ha tenuto una rubrica fissa su Epolis (Pensare Stanca) e ha scritto per Marie Claire, Diario, L’Espresso, il Manifesto, Formiche, PeaceReporter, Argo, l’Unità, Liberazione e il magazine on line Emigrati Sardi. Ha una rubrica sul settimanale L’Arborense e collabora con il portale di Tiscali e con JobTalk, il blog sul lavoro del Sole24Ore.
Di Maria D’Andrea


