Ritrovarci qui ed ora
Per questa estate, ho proposto due appuntamenti di spiritualità, dal titolo Qui ed ora. Qualcuno si è chiesto perché parlare di tempo e di spazio in estate. Beh, perché sono le coordinate della nostra esistenza. Il modo col quale ci percepiamo ha molto a che fare col tempo che passa e sul come impieghiamo il nostro tempo. E lo stesso vale, come vedremo poi, per lo spazio.
E l’estate, momento dell’anno segnato normalmente dal cambio di ritmi nel tempo e da spostamenti nello spazio, sembra il momento migliore per provare a dirci qualcosa su queste coordinate, lasciandoci illuminare dalla Bibbia.
Contestualmente, proveremo a ripensare il volto di Dio che la Bibbia ci restituisce. È davanti a quel volto che possiamo chiederci chi siamo davvero. Per ulteriori approfondimenti su un modo nuovo di pensare Dio, rimando alle mie due più recenti pubblicazioni: GeSùperman ma anche no. Miracoli e altri equivoci e anche Croce e delizia. Ripensando la risurrezione di Gesù.
Cos’è il tempo
Il termine tempo deriva dalla radice indoeuropea di o dai, che significa dividere. Dai primordi della nostra storia umana ne abbiamo percepito lo scorrere constatando il ritmo di alternanza del giorno e della notte. Per noi il tempo è innanzitutto il conteggio dei giorni.
La natura del tempo è stata oggetto di riflessione fin dal sorgere della filosofia, ossia del pensiero che cerca in modo sistematico il senso delle cose. Da Aristotele (il tempo è la misura del cambiamento) a Newton (il tempo scorre in maniera autonoma da noi), fino alle nostre teorie della fisica quantistica, non si smette di dibattere su cosa sia.
È forse sconcertante per noi prendere atto, col fisico Carlo Rovelli che:
Come davvero funziona il tempo non lo sappiamo ancora. La natura del tempo resta il mistero forse più grande. (Carlo Rovelli, L’ordine del tempo)
Non siamo insomma riusciti a definire in senso compiuto il tempo. Sappiamo che è un’entità che scorre, una sorta di movimento di oscillazione nel quale le cose avvengono e si trasformano. E sappiamo che il suo andamento è solo verso il futuro.
Nonostante i nostri tentativi di quantificarlo in modo esatto, soprattutto con l’invenzione, verso il XIII secolo, degli orologi meccanici, o con l’ingegnosa soluzione dei fusi orari, messi a punto nel XIX secolo, e contrariamente a quanto saremmo portati a ritenere, il tempo non ha una durata comune in tutti i punti del nostro pianeta. La sua velocità varia, anche se in maniera per noi praticamente impercettibile, in base al punto geografico e di altitudine nel quale ci troviamo. Scorre più lentamente in pianura (si invecchia meno) e più velocemente in montagna (si invecchia di più), perché il calore della massa terrestre, producendo attrito, lo rallenta. Questo ce lo insegna la fisica.
Vivere il tempo
In realtà noi sappiamo già dalla nostra esperienza che il tempo ha una valenza differente a seconda del modo col quale lo viviamo. Anche se si tratta di una differenza che ha una natura diversa, rispetto agli studi della fisica. Noi abbiamo una percezione differente del tempo, a seconda di cosa viviamo.
Solitamente, noi percepiamo il tempo come il susseguirsi di passato, presente e futuro. Ci percepiamo nel flusso del tempo in questo modo, così lo viviamo e lo significhiamo. Coltiviamo ricordi di cose avvenute, scandendoli con le loro date: compleanni, ricorrenze, anniversari, traguardi. La nostra vita è segnata da date. Giorni belli, che ricordiamo e celebriamo volentieri. E giorni tristi, che non smettono di portare con sé la pesantezza del dolore. Progettiamo il futuro, perché ci proiettiamo verso nuovi orizzonti, anche se non possiamo prevederlo né possederlo.
Ma vediamo cosa pensa la Bibbia del tempo.
Il tempo nella cultura biblica
Il tempo creato: siamo creature temporali
Stando al racconto custodito nel libro della Genesi, la prima creatura di Dio, fu il tempo.
3Dio disse: «Sia luce!» E luce fu. 4Dio vide che la luce era buona; e Dio separò la luce dalle tenebre. 5Dio chiamò la luce «giorno» e le tenebre «notte». Fu sera, poi fu mattina: primo giorno. (Gen 1,3-5)
La luce e le tenebre sono infatti il presupposto per la creazione del tempo, esplicitata poco dopo:
14Poi Dio disse: «Vi siano delle luci nella distesa dei cieli per separare il giorno dalla notte; siano dei segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni. (Gen 1,14)
In questo modo, chi scrisse questi racconti sapienziali di intensa valenza teologica, non voleva certo spiegare l’origine e il senso del tempo. Stava semplicemente facendo una constatazione: la vita umana è un’esistenza temporale. Nasciamo, cresciamo, maturiamo fisicamente, invecchiamo, moriamo. Noi percepiamo il nostro esserci nel tempo. Ed è nel tempo che creiamo le nostre relazioni. È nel tempo che percepiamo la relazione con Dio. È nel tempo che percepiamo l’amore di Dio, col nome di fedeltà.
Tradizionalmente, l’idea della identità di Dio come Creatore ha fatto immaginare che Dio, per lunghissimi secoli della sua eternità, fosse stato solo, circondato dal nulla. Poi, stanco e annoiato, avrebbe creato il mondo, scostandosi per fare spazio ad altro. Questa idea, di natura antropomorfica e teista, immagina Dio come un essere supremo che crea cose distanziandole da lui.
La teologia post-teista rivede profondamente questo modo di pensare Dio, riconoscendo in lui l’Essere stesso. L’Essere in sé è creante. Non vi è mai stato un momento nel quale non fosse stato creato qualcosa, poiché l’Essere si esprime nell’esistente, in quanto creante. In altre parole: Dio è relazione che genera vita. E lo è da sempre. Ha sempre generato vita. Ha sempre avuto un creato come partner dialogico del suo esserci.
Dunque, la natura temporale della nostra esistenza ci dice che siamo immersi nella relazione con Dio. E la percepiamo nel tempo. È il tempo il suo primo abbraccio.
Un tempo da vivere: il sabato
La Bibbia racconta che Dio ha scelto di scandire questo rapporto nel tempo riservandosi un giorno speciale. A calco con l’ebraico shabbāt, quel giorno si chiama sabato, e significa appunto riposo.
Che rapporto abbiamo con il riposo?
Per gli antichi Romani, l’otium era il tempo principale, tempo di riflessione dal quale nasce la filosofia. Opposto al neg-otium. Ma fu proprio la cultura latina a darci il celebre detto per il quale l’ozio è il padre dei vizi. Il proverbio è attribuito a Marco Porcio Catone, detto il vecchio (234–149 a.C.).
Ritroviamo questa idea dell’ozio anche nella Bibbia, quando suggerisce come regolarsi con lo schiavo:
28Fallo lavorare perché non stia in ozio, poiché l’ozio insegna molte cattiverie. (Sir 33,28)
Nella nostra cultura, segnata dalla velocità e dalla frenesia, forse occorre riscoprire la dignità del riposo, come spazio nel quale prendersi cura di sé. D’estate facciamo vacanza, ossia vuoto. E di solito cerchiamo tutti i modi per riempirlo. Noi temiamo il vuoto. Abbiamo paura che le nostre preoccupazioni ci raggiungano e ci schiaccino.
La Bibbia ci racconta che il riposo è un’esigenza impressa al momento della creazione. Lo chiarisce il libro dell’Esodo, come uno dei solenni Comandamenti divini ricevuti da Mosè come legge di libertà.
8Ricòrdati del giorno del riposo per santificarlo. 9Lavora sei giorni e fa’ tutto il tuo lavoro, 10ma il settimo è giorno di riposo, consacrato al Signore Dio tuo; non fare in esso nessun lavoro ordinario, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né lo straniero che abita nella tua città; 11poiché in sei giorni il Signore fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò il settimo giorno; perciò il Signore ha benedetto il giorno del riposo e lo ha santificato. (Es 20,8-11)
Sulla scia della creazione dell’alternanza tra luce e tenebre, il tempo terrestre è pensato come un’alternanza tra lavoro e riposo. Il riposo viene presentato come volontà di Dio: egli stesso si riposò, quindi anche tu devi riposare.
Questo tempo è consacrato al Signore, è santificato, ossia dedicato in modo speciale a Dio. Il senso di questa dedicazione va compreso bene. Prima però vediamo come il sabato è presentato nella riproposizione dei Comandamenti divini.
Ci dice altro, a proposito del riposo sabbatico, l’ultimo libro del Pentateuco, il Deuteronomio, quando riprende il comandamento del sabato in questi termini:
12Osserva il giorno del riposo per santificarlo, come il Signore, il tuo Dio, ti ha comandato. 13Lavora sei giorni, e fa’ tutto il tuo lavoro, 14ma il settimo è giorno di riposo, consacrato al Signore Dio tuo; non fare in esso nessun lavoro ordinario, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bue, né il tuo asino, né il tuo bestiame, né lo straniero che abita nella tua città, affinché il tuo servo e la tua serva si riposino come te. 15Ricòrdati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore, il tuo Dio, ti ha fatto uscire di là con mano potente e con braccio steso; perciò il Signore, il tuo Dio, ti ordina di osservare il giorno del riposo. (Dt 5,12-15)
Il libro del Deuteronomio caratterizza il riposo sabbatico come un simbolo della libertà. Gli schiavi, in Egitto, non conoscevano pause dal lavoro. La loro dignità era annullata e il loro tempo era un bene dei padroni.
Il libro del Deuteronomio ribadisce che il tempo ci appartiene e che riposandoci mostriamo di vivere il tempo al di là della logica utilitaristica e della mentalità produttiva. Non valiamo per quanto produciamo. Valiamo perché ci siamo.
Un tempo sacro
Il sabato, come tempo consacrato, sta a indicare la dignità del riposo e la necessità della padronanza del tempo. Non possiamo lasciarci travolgere dalle cose da fare, né divenire schiavi e schiave dell’orologio.
Per questo, il sabato biblico ci ricorda l’importanza di prendersi cura di sé, della propria interiorità e delle proprie relazioni, davanti a Dio.
Quando si ricorda di non far lavorare chi è sottoposto e persino neanche gli animali, si sta dicendo che le persone e gli animali vanno riconosciuti come degni di vivere.
Quando si parla del riposo come memoria della propria dignità di persone libere, si sta chiedendo di ricordarsi di esistere in relazione all’Essere-in-sé che ci tiene nel suo abbraccio.
Equivoci sacrali
Come talvolta accade quando le intuizioni teologiche devono fare i conti con le istituzioni, il sabato si è trasformato in un precetto vincolante.
Possiamo pensare in questo senso anche alla nostra domenica. Da essere simbolo di un riposo necessario, è spesso diventato fonte di nuovi precetti e imposizioni morali e psicologiche.
La Bibbia però parla del sabato. E possiamo seguirne gli equivoci, per applicarli anche a noi. Nel libro dei Numeri, si narra che un uomo fu visto raccogliere legna in giorno di sabato. Fu arrestato in attesa di sapere come comportarsi con lui. Il libro biblico continua dunque attribuendo a Dio stesso la soluzione:
35Il Signore disse a Mosè: «Quell’uomo deve essere messo a morte; tutta la comunità lo lapiderà fuori del campo». 36Tutta la comunità lo condusse fuori dal campo e lo lapidò; e quello morì, secondo l’ordine che il Signore aveva dato a Mosè. (Nm 15,35-36)
Ecco che il sabato diventava l’ingranaggio di un sistema normativo stringente.
Il tempo era sacro, era di Dio. Non poteva essere usato per altro che per la preghiera. Si stava facendo una caricatura del riposo e quindi del tempo: il sabato, pensato come garanzia di un ritmo di consapevolezza nel rapporto con Dio, diventava momento di immobilismo e ritualismo.
Lo denuncia con forza il profeta Isaia, in apertura del suo primo rotolo, dando voce a Dio in questi brucianti termini:
13Smettete di portare offerte inutili; l’incenso io lo detesto; e quanto ai noviluni, ai sabati, al convocare riunioni, io non posso sopportare l’iniquità unita all’assemblea solenne. (Is 1,13)
Una vita sacra nel tempo
In questa scia profetica, si colloca Gesù di Nazaret.
È decisamente sorprendente constatare come, nel racconto di Marco, paradossalmente, Gesù inizi la sua attività proprio nel giorno del riposo sabbatico (Mc 1,21-28). Infatti, dopo il battesimo ricevuto da Giovanni (Mc 1,1-11) e il tempo di tentazione nel deserto (Mc 1,12-13), Marco ci informa, con un sommario, del tenore dell’attività di Gesù (Andò in Galilea a predicare il vangelo di Dio, Mc 1,14) e presenta la chiamata dei primi collaboratori (Mc 1,16-20).
Ma l’attività effettiva che Marco mostra inizia proprio in giorno di sabato e addirittura in una sinagoga. Ciò rimarca come Gesù sapesse benissimo che giorno fosse e si trovava intenzionalmente in quel luogo di culto, proprio in osservanza del precetto biblico. Eppure, infrange il riposo.
Il senso finale dell’azione di Gesù sarà esplicitato da Marco qualche pagina dopo quando, dopo l’ennesimo scontro con le autorità religiose per il rispetto del riposo sabbatico, Gesù chiuderà la disputa richiamando una massima attribuita a rabbi Hillel, suo contemporaneo:
27Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato. (Mc 2,27)
In sostanza, il tempo di Dio e il tempo umano non si presentavano agli occhi di Gesù come due contesti contrapposti. Le azioni della vita sono tutte sotto lo sguardo di Dio, sono tutte vissute nel suo tempo, che è il nostro.
Il vero riposo, segno della capacità di vivere autenticamente il tempo, stando a un detto presente solo in Matteo, non si trova nella prassi liturgica sinagogale o templare, ma nell’andare dietro a Gesù.
28Venite a me voi tutti che faticate portando carichi pesanti e io vi darò riposo. 29Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e, quanto al cuore, mite: e voi troverete riposo al vostro vivere; 30Infatti il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero da portare». (Mt 11,28-30)
Portare il giogo è una metafora che richiama al cammino condiviso di due buoi che portano il peso comune e vanno nella stessa direzione. Portare il giogo di Gesù significa condividere con lui la stessa visione, assumerne lo stile.
La padronanza del tempo, che fa vivere il riposo nel segno della libertà e della consapevolezza, si trova nell’accoglienza del modo di vivere di Gesù. Gesù non fu un campione di riposo, ma certamente fu un campione di apertura a Dio. La pace profonda nel vivere il proprio tempo si trova dunque nell’aprirsi a Dio.
Gesù è l’uomo che, nella sua totale, assoluta e autentica umanità, si è aperto così tanto a Dio da divenirne trasparenza, al punto tale da esserne riconosciuto Figlio. Si vive il tempo in pienezza quando ci si apre all’Essere, quando si è autenticamente tutto ciò che si può essere, e quando lo si è con amore.
Per questo, non vi è più un tempo sacro da ritagliarsi, ma una vita sacra da costruirsi nel tempo. Anche il riposo estivo può essere un esercizio di presa in carico del proprio cuore, della propria vita, delle proprie relazioni. Questo rende il tempo un’opportunità.
Due modi di vivere il tempo: chrònos e kairòs
Questa considerazione ci spinge a un approfondimento etimologico. Il greco del Nuovo Testamento conosce due termini per parlare del tempo.
C’è il chrònos, che indica la durata delle cose, il periodo di tempo che si può misurare. Noi parleremmo di cronologia della vita, indicando date, orari, come se leggessimo la pagina di una agenda.
C’è poi il termine kairòs che, oltre al significato di durata del tempo, indica il tempo opportuno, il tempo pieno di senso, il tempo della decisione. Si tratta di eventi che segniamo sull’agenda. Ma potremmo anche non farlo, perché in realtà sono loro a segnare noi, a cambiarci, a lasciarci davvero il segno perché questi eventi sono quelli che danno senso al nostro tempo cronologico.
Il tempo del chrònos indica il passare materiale del tempo, mentre il tempo del kairòs scandisce l’agire decisivo che si compie nel tempo.
La vita è imparare a vivere nel chrònos il kairòs. Questo si può fare quando si ha una padronanza del tempo, ossia quando si ha la consapevolezza che il tempo è uno spazio nel quale muoversi per crescere umanamente aprendosi a se stessi, agli altri, alla natura, a Dio. Quando ci si apre all’Essere, che è Dio, ci si apre davvero a se stessi, agli altri e al creato.
Il tempo nella teologia: il Dio giudice
Nel tempo cronologico della vita, ricco di opportunità, nella teologia tradizionale, Dio è stato pensato come un giudice severo ma giusto, capace di scrutare i nostri cuori e preparare premi e punizioni eterne. Sovente, questa convinzione ha generato profondi sensi di colpa e la sensazione di essere in qualche modo braccati da Dio.
Così le bellissime frasi del vangelo che parlano di un Dio Padre che vede nel segreto, ci sono parse minacce di uno sguardo indagatore che non smette di scrutarci in cerca di colpe da condannare. Trasformare il vangelo in minaccia è una prerogativa della teologia conservatrice appesantita da interpretazioni letteraliste della Bibbia.
La storia della salvezza
La teologia ha tradizionalmente letto il tempo umano come storia di salvezza. Una storia inaugurata da una solenne caduta. Nella visione tradizionale, l’essere umano è infatti segnato dal peccato, come ci racconta il libro della Genesi secondo l’interpretazione cristiana.
Eva e Adamo, nel giardino di Eden, si rendono colpevoli di una mancanza di obbedienza che rende inconsistente la loro esistenza.
1Il serpente era il più astuto di tutti gli animali dei campi che Dio il Signore aveva fatti. Esso disse alla donna: «Come! Dio vi ha detto di non mangiare da nessun albero del giardino?». 2La donna rispose al serpente: «Del frutto degli alberi del giardino ne possiamo mangiare; 3ma del frutto dell’albero che è in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non ne mangiate e non lo toccate, altrimenti morirete”». 4Il serpente disse alla donna: «No, non morirete affatto; 5ma Dio sa che nel giorno che ne mangerete, i vostri occhi si apriranno e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male». 6La donna osservò che l’albero era buono per nutrirsi, che era bello da vedere e che l’albero era desiderabile per acquistare conoscenza; prese del frutto, ne mangiò e ne diede anche a suo marito, che era con lei, ed egli ne mangiò. 7Allora si aprirono gli occhi ad entrambi e s’accorsero che erano nudi; unirono delle foglie di fico e se ne fecero delle cinture. (Gen 3,1-7)
Prima che i due progenitori peccassero, ci dice la teologia tradizionale, non esisteva la morte, il dolore, la fatica del lavoro.
Non possiamo negare che, prendere alla lettera il racconto mitico della creazione abbia comportato una banalizzazione impressionante del suo intento comunicativo, portando alla colpevolizzazione della coppia originaria e, naturalmente, della donna, individuata dal racconto come la vera responsabile della caduta.
Il peccato originale e la sua espiazione
Da qui il famoso concetto di peccato originale, da espiare lungo la vita. La storia della salvezza è allora stata pensata dalla teologia come il percorso nel quale Dio cerca il dialogo con gli esseri umani per arginare la falla originaria. Il culmine di quel percorso salvifico è nella nascita di Gesù e, soprattutto, nella sua morte vicaria.
Questi concetti, oggi incapaci di comunicare qualcosa alla gente che incontriamo, sono stati profondamente rivisti dalla teologia post-teista. La teoria dell’evoluzione ha smentito l’idea di una caduta originaria: non siamo esseri caduti, ma esseri in divenire. Non vi è alcuna macchia che si trasmette geneticamente. Il peccato originale è la chiusura in sé, estremizzazione del nostro naturale istinto di sopravvivenza quando si dimentica che la vita vera si espande solo nell’amore.
La morte di Gesù non espia alcun peccato al posto nostro, bensì ci mostra il costo di una apertura a Dio che non indietreggia neanche davanti all’ostilità manipolante del potere politico e religioso. La teologia post-teista vede il crollo dell’idea di un Dio assetato di vendetta fin dalla creazione del mondo, che placa la sua sete di sangue nella morte di Gesù di Nazaret, suo Figlio.
Dalla paura alla responsabilità
Nondimeno, l’idea teista del Dio giudice severo e giusto che abita i cieli è stata accompagnata dalla paura. E quella paura ha animato molte scelte e condizionato molte vite.
Oggi sappiamo che le nostre azioni portano già con sé il premio o il castigo, perché ci umanizzano e liberano o ci mostrificano e imprigionano. La nostra apertura attuale a Dio sarà il punto di partenza dell’apertura eterna dopo la nostra morte.
Dunque la nostra storia è storia di salvezza. Perché è nella storia che noi possiamo maturare come esseri aperti al divino, ossia esseri umani capaci di umanizzarci, liberandoci dall’egoismo peccaminoso che ci chiude in noi stessi e deturpa la bellezza della nostra immagine e somiglianza con Dio.
Possiamo affrontarla con due attitudini davanti al tempo. La prima è quella del rematore, che per andare avanti ha bisogno di guardare indietro. La seconda è quella dell’arciere, che per scagliare la sua freccia ha bisogno di guardare in avanti.
Entrambe le modalità sono presenti nella teologia biblica: la fede biblica si fonda su eventi preziosi da non perdere mai di vista, che fungono da motori per il futuro; ed è fatta di slancio fiducioso verso un futuro di compimento, che trova la sua pienezza fin d’ora nella relazione con Dio.
La sapienza consiste nel tenere insieme le due attitudini, radicandoci nel passato con la gratitudine e slanciandoci nel futuro con la speranza.
Giudicare il nostro tempo
Il tempo dunque va valutato da noi stessi e da noi stesse. Con quale criterio? Coi criteri che caratterizzano l’Essere-in-sé: la vitalità e l’amore.
- Le mie azioni hanno costruito vita in me e intorno a me?
- Le mie scelte hanno alimentato l’amore in me e intorno a me?
Queste le due domande cruciali.
E le risposte, spesso, sono sparse nelle relazioni che abbiamo costruito. Possiamo allora fare un riepilogo dei volti delle persone per le quali siamo state benedizione di Dio, segno della sua forza e della sua tenerezza.
E gli errori commessi non sono buchi neri nei quali precipitare, ma punti dai quali ripartire, spazi vuoti di vita e amore, ancora da colmare.
Sazi di giorni
Il tempo che ci è dato è storia della salvezza, quale che sia la sua lunghezza.
La Bibbia, quando parla della morte di personaggi saggi e anziani, conosce l’espressione morì sazio di giorni. La sazietà degli anni però non risiede nel loro chrònos, nella loro durata cronologica, bensì nel loro kairòs, ossia nella loro intensità. La sazietà di giorni è data da quelle opportunità che sono diventate vita e amore per noi e per chi ci è intorno. Il vero peccato è dimenticarsi di vivere. Il vero peccato è dimenticarsi di amare.
Abbiamo il tempo della nostra vita per trasformare il chrònos in kairòs, per trasformare i ticchettii dell’orologio in battiti del cuore. L’estate, coi suoi ritmi più lenti, ci ricorda che il tempo è un dono da mettere a frutto, con gratitudine, capacità di riposo, cura delle nostre relazioni e apertura alla bellezza di Dio.
Pregare il tempo
La preghiera non è tanto un fatto mentale quanto l’esserci davanti all’Eterno presente che è Dio. Prendiamo allora contatto con il nostro corpo. Assumiamo una posizione comoda ma non troppo rilasciata. Teniamo davanti a noi la bacinella riempita di acqua. Possiamo poggiarla su un piano stabile, per evitare che si muova arbitrariamente e metterci sotto un asciugamani.
L’acqua, metafora del tempo
Immergiamo una mano nell’acqua. Sentiamo come il fluido resiste al nostro movimento e, allo stesso tempo, lo accompagna.
L’acqua è una preziosa alleata della nostra vita. In particolare delle nostre estati. Ci tuffiamo nelle acque salate o dolci di mare o piscine. Ci laviamo con maggiore frequenza, beviamo più acqua.
L’acqua è un elemento vitale, connesso da tutte le spiritualità alla vita, come sua fonte e rigenerazione. Pensiamo al nostro battesimo cristiano. Nelle acque battesimali la vita e la morte combattono per rigenerare la nostra esistenza, in forza della vittoria di Gesù risorto sulla morte.
L’acqua può essere pensata anche come metafora del tempo, nel quale ci muoviamo e del quale avvertiamo l’attrito o la spinta, a seconda dell’energia che ci abita.
La nostra esperienza ci dice che il tempo varia anche in base alla nostra percezione. Ci sono attimi infiniti e ore che volano come fossero istanti.
Pensiamo ora all’acqua di questa bacinella come al tempo della nostra vita. Sentiamo tra le mani gli eventi che l’hanno segnata. Eventi che ci sono sfuggiti dalle mani, eventi che non abbiamo potuto trattenere. Eventi che non abbiamo potuto evitare, che ci sono venuti addosso come una cascata. Gli eventi nei quali siamo stati felici.
Accarezziamo ciascuno di quegli eventi, lasciando che le emozioni suscitate emergano nel nostro cuore. Respirando lentamente, prenderemo contatto con ciascuna di esse. Una per una. E, nel nostro respiro lento e profondo, le presentiamo ancora una volta a Dio. E le accogliamo.
Ci lasciamo accompagnare dalle parole oranti che ho scritto per questa occasione.
Pregare nel tempo
(di Annamaria Corallo)
A te, Signore del tempo e della storia,
rendo grazie per il tuo abbraccio amante
che mi dona vita e benedizione.
A te, che nel tempo ti lasci intuire,
ridòno il tempo che mi dài.
Gli incontri, gli eventi e le persone.
I lutti, le gioie, le paure e i sogni
che abitano il mio tempo
sono qui davanti a te, in lenta danza.
Come acqua, il tempo mi avvolge
e accompagna il mio cammino,
il mio sostare e il mio sperare.
Ti avverto in questo abbraccio vitale
nel quale mi muovo piano o veloce
con l’inquietudine di un senso da trovare.
E il senso è in te, Signore amante e vitale,
che lungo i giorni e le notti del mio vagare
sei porto sicuro e mare in tempesta.
Sei nella memoria della vita vissuta
e nella speranza del futuro che mi attende.
Sei la certezza della mia amabilità assoluta.
E mi spingi a cercare, nei volti di chi incontro
e nella natura che mi circonda,
i tratti del tuo volto nel quale ritrovare il mio.









4 Commenti
La tua preghiera suscita in me questo, Annamaria:
… Siamo in parte acqua di Sorgente, in parte tempo di Eterno presente, certezza di amabilità compiuta, di Te … Grazie
Ogni incontro mi libera un poco in più dalle sovrastrutture che la chiesa ci ha imposto,trasformando il Dio creante ed amante in un padre severo che punisce tutti coloro che non ubbidiscono ai suoi precetti e alle sue leggi . Ho un lungo cammino da percorrere per affrancarmi dalla rigida educazione religiosa ricevuta.
È sempre illuminante seguire Annamaria … questo incontro è stato per me molto importante! Quante volte mi sono sentita in colpa quando mi regalavo il tempo di un caffè con un’amica o il tempo di stare da sola con Gesù… invece quello è il.tempo che trasforma la vita … questo incontro mi ha fatto prendere atto di quanto abbia bisogno di quel tempo dedicato a Gesù, a quel tempo che mi fa percepire il suo abbraccio… il tempo da vivere è quello della relazione! L’unico tempo che conta… penso che, visti i tempi che stiamo vivendo, oggi sia ancora più importante. Grazie Annamaria! Anche di averci regalato quella preghiera stupenda che ci mette alla ricerca del volto di Dio che è il.nostro.
Intitolerei il percorso iniziato con la straordinaria biblista Annamaria Corallo ” Il coraggio di cambiare ! “. Non di cambiare Fede, al contrario, di rafforzarla iniziando a concepirla in maniera diversa: non più come creduloneria, come qualcosa che si regge su di una infinità di sovrastrutture inutili e malsane per il nostro spirito. Ma percepirla come pensata, ragionata ponderata, una fede che si basa anche sullo studio, sulla messa in moto dell’intelligenza che il Signore ha donato a ciascuno e ciascuna di noi. È così che lo Spirito riprende il suo ” respiro”, conducendoci nel Tempo e nello Spazio, a contemplare il Vero e Nuovo Volto di Dio : non più il volto di un Dio giudice, o padrone, vendicativo o distante. Ma il volto di un Dio Amante e Vitale, desideroso che ciascuno/a di noi sia tutto ciò possa essere nell’Amore , come sottolinea sempre Annamaria. Sono felice di aver scoperto questa nuova strada per ” cambiare” ( in meglio) la mia fede.