Il calcio ai tempi del Covid appassiona poco. Le belle giocate, che pure ci sono e soddisfano i palati fini affamati di pelota, difettano dell’assenza dell’attore principale: il pubblico. Mancano l’eco dei bar durante la settimana e storie da raccontare. In questo vuoto si inserisce il cinema, anche in formato serie Tv, al servizio degli appassionati che, causa pandemia, trascorrono più tempo in casa.
Il football in pellicola raramente è stato efficace. Ricordiamo “Gambe d’oro”, film con Totò del 1958, e “Il presidente del Borgorosso football club”, con Alberto Sordi, del 1970. Del 1984, invece, è “L’allenatore nel pallone”, con Lino Banfi nei panni di mister Canà. Di recente, invece, sta funzionando l’esperimento del racconto dei grandi personaggi: dopo “The English game”, che ripercorre la nascita del calcio professionistico, ha riscosso successo “Mi chiamo Francesco Totti”, docufilm in cui è lo stesso ex calciatore a raccontarsi, a cui segue “Speravo de morì prima”, serie Tv con attori veri che ricostruisce la storia del Pupone. Ed è proprio all’ex capitano della Roma che dedichiamo un ritratto.
Ci ha attraversati, Francesco. Una scossa elettrica. Di quelle che non ti ammazzano. Anzi, ti salvano. E nel mentre balli tip tap, lento e break dance cantando uno stornello, una Tosca o un inno nazionale. Totti! Basta il nome, lo senti e sobbalzi. Il tempo di un tacco per Cassano e ti ritrovi in auto con Gassman. “Aoooo… Ma guarda si se scansa”: un urlo, il clacson a ripetizione, l’accelerazione e poi le corna a manovra completata. “Il sorpasso” di Dino Risi è uno stile più che un film. Totti! Con la o, non con la u. La o di AlbertOne Sordi e di PrOietti. Pure di VerdOne. “Ah Jé, nu riesco a ‘ndividuà o sstadio! “. Jessica: “E starà da nartra parte, a Ivà!”. Ivano: “Anfatti!”. Con la “u” sarebbe stato Roberto Baggio. Lui, invece, è soprattutto dei romani e dei romanisti. SopratTotti. Come “Uber Alles”. Petrolini, per Totti, trasformerebbe il suo Gastone con Pupone: “Pupone, artista calciografico, poeta del pallonetto e del cucchiaio, danseur, dribbleur. Frequentatore delle borgate, conquistatore delle tifose a getto continuo. Fantasista che emana fascino. È una satira afferrata al “bel campione” fotogenico affranto. Compunto, vuoto, senza orrore di se stesso. Pupone, sei del calcio il padrone. Pupone, fai magie a profusione. E ne faccio collezione, Pupone, Pupone!”.
Totti è una stella magnifica che pensa di essere il lampione più bello di Trastevere: gli basta illuminare le notti magiche degli innamorati ed è contento così. E’ l’eletto che sente le vibrazioni della sua gente e le riversa in campo, che è consapevole dei rischi del profeta in Patria, di quelli che se caschi “so’ cazzi tua e te meniamo pure”. E se vinci sei di tutti. Come nel 2001 quando arriva il primo e unico scudetto della sua carriera. Francesco è Giannini – detto “Er Principe” – che diventa Re, Imperatore.
E’ il ragazzo che, per amore della gente tiene a bada i vizi di gola: i dolci e la pizza romana “quella che compra mio padre in un forno di Ostia Antica. C’è quella rossa, sottile e croccante e poi quella bianca con la mortadella”. Come Troisi con la lingua napoletana, Totti rifugge l’imposizione del linguaggio unico e sfoggia il suo romano. “Romano, badate bene, non romanesco. Romanesco so’ i carciofi”, diceva Aldo Fabrizi (che tifava Lazio).
I talenti ci saranno sempre, ma di storie come quelle del biondino di Porta Metronia se ne troveranno sempre meno. Serve un altro Federico Fellini o un Vittorio De Sica, Pasolini coi fratelli Citti e Ninetto Davoli. “Provincia” caput mundi: la Roma calcistica di Totti non è quella che conquista il mondo. Però a Francesco gli “abbasta”, altro che Real Madridde. Dove invece è andato Cassano. Antonio è barese, di Roma conosce solo la casa di Totti, pure se non è poco.
E anche la caviglia che ha fatto crac a pochi mesi dal mondiale 2006 è un segno del destino. In Germania ci va, ma non è al meglio per consentire a Lippi di caricargli la squadra sulle spalle. Il CT lo dosa bene e lui illumina come può. Trasforma un rigore al 93’ contro l’Australia e lancia l’assalto in semifinale contro i tedeschi padroni di casa. Diventa campione del mondo insieme a Gattuso, Cannavaro, Buffon, Pirlo e gli altri. Non trascina come Baggio, ma a differenza di Roberto, vince! Il titolo più importante della sua carriera.
Per lui, però, il tricolore con la magica nel 2001 forse vale di più. Perché per lui viene prima Roma e poi tutto il resto. In 25 anni di storia giallorossa, oltre allo scudetto, vince 2 volte la Coppa Italia e 2 la Supercoppa italiana. Poco, ma a Roma c’è più gusto. Totti – numero 10 sublime – è l’ultimo baluardo di un calcio tramontato. A cui però ci aggrappiamo.
Francesco è stato la medicina migliore per curare i dolori che ha procurato agli italiani l’addio al calcio di Baggio. Il Divin Codino è di tutti più di Totti, anche se il mondiale l’ha solo sfiorato due volte. Però, a differenza di Francesco, ha alzato al cielo il pallone d’oro. I due italiani più forti di sempre (sono gusti, per carità).
Totti ci ha attraversati. E il Covid, invidioso per non aver potuto godere della sua magia, ha attraversato lui per vedere dal di dentro l’essenza di un campione del mondo. Francesco con grande visione si è smarcato e lo ha dribblato con un tunnel prima di metterla all’incrocio. Come sempre.




