Novantadue – Falcone e Borsellino 20 anni dopo
“E’ bello morire per ciò in cui credi”. Sono queste le ultime parole pronunciate da Borsellino alla fine dello spettacolo, e sono quelle che porta con se lo spettatore…
Una chiave di lettura di questo intenso spettacolo teatrale sulla vicenda dei giudici Falcone e Borsellino, scritto dal giornalista Claudio Fava che ha sempre incrociato l’attività professionale con l’impegno politico e la lotta alla cultura mafiosa.
La prima scena è sull’ultima notte all’Asinara dei giudici del pool antimafia. Speranze, indagini ed emozioni scandiscono i dialoghi di Falcone (Filippo Dini) e Borsellino (Giovanni Moschella). Forse è arrivato il momento della vittoria dello Stato sulla mafia. O forse la mafia non è il solo nemico di questi due coraggiosi protagonisti della storia italiana degli ultimi anni. Una storia che viene raccontata e interpretata dagli stessi protagonisti in un ritmo crescente, scandagliato da paure e consapevolezze, dall’emersione di una verità che li lascerà soli. “Chi ha paura di morire, muore ogni giorno, chi non ha paura, muore una volta sola”, così il giudice Borsellino sentenzia con una precisione e una consapevolezza da far rabbrividire, e il pubblico era lì sul palco dentro quelle parole. Una straordinaria e intensa relazione con i due protagonisti è inevitabile.

Una scena dello spettacolo Novantadue Falcone e Borsellino 20 anni dopo
L’essenzialità della scenografia esalta le parole e i gesti coi quali gli attori mettono in scena il dramma umano dei due uomini che esponendo la propria vita, hanno sfidato la mafia sul terreno giudiziario.
E’ quanto suggerisce la scelta di far interpretare da un terzo attore una serie di personaggi lontani dai valori e dalle prospettive di Falcone e Borsellino. Il consigliere, il mafioso, o stragista e il pentito. Chi per ottusità, chi per faziosità, chi per cultura, chi per nascita – interpretati magistralmente da un poliedrico Pierluigi Corallo – questi personaggi risultano ciascuno a suo modo complici tra loro nell’osteggiare il decorso di una giustizia faticosa e impegnativa.
E’ evidente una doppia dimensione dei personaggi, quella reale dove quasi si respira l’aria consumata (ed anche delle sigarette) delle notti passate insieme all’Asinara in cui preparavano il maxi processo passato alla storia con i suoi 475 imputati e inflitto 19 ergastoli e pene detentive, e quella immaginaria, dei dialoghi che Paolo e Giovanni fanno da uomini che guardano alla propria storia.
Uomini dello Stato abbandonati dallo Stato stesso, uomini rimasti soli, nella loro fragilità, nelle loro paure, nella loro umanità e intimità, che hanno abbracciato con dignità eroica e coraggio da leoni il loro destino, già segnato da tempo nei taccuini di una trattativa che la storia e il futuro dovrà consegnare alle coscienze di una intera comunità, non solo nazionale
La regia di Marcello Cotugno ha un allestimento asciutto e rigoroso ed è arricchita da originali contributi musicali estratti da Merola Matrix di Hugo Race.
La produzione è di BAM teatro in collaborazione con XXXVII Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano e Festival L’opera Galleggiante.
Ad uno spettacolo così non si può che augurare vita lunga, per la qualità artistica in tutte le sue sfumature, per l’impegno sociale e per una modalità di fare della memoria storica del nostro paese una reale riflessione nelle generazioni a venire.
Giovanna Moresco

