Parlando di Melville nel salotto di Gordon Poole
Ex docente di letteratura nord-americana presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli, nativo del Massachussetts, vive in Italia dal 1957. Fin dagli anni Sessanta ha manifestato un impegno pacifista e anti-imperialista che lo ha reso membro attivo di organizzazioni politiche e pacifiste, nonché membro del comitato scientifico del mensile “Guerra e pace”.
Nel 2011 Poole ha pubblicato con Filema editori Melville poeta e l’Italia, un lavoro che raccoglie, col testo originale a fronte, tutte le poesie di Melville che hanno attinenza con l’Italia, incluso il poemetto Napoli ai tempi di Re Bomba, rimasto inedito alla morte dell’autore.
Le poesie mostrano quanto Melville fosse acuto osservatore, non soltanto del paesaggio e delle opere d’arte ma anche della società e della politica italiana.
D. Perché una scelta di un libro del genere, e perché in questo particolare periodo in cui vediamo che la cultura non è sufficientemente valorizzata, essendo la vittima sacrificale dei tagli alla spesa… come mai la scelta di quel libro?
R. C’è una crisi economica che viene chiamata a giustificare tagli “suicidi” a varie manifestazioni culturali. Di cultura mi sono sempre occupato e continuo a farlo con passione, quindi dal punto di vista soggettivo non è cambiato nulla. Qualcosa è cambiato dal punto di vista oggettivo perché oggi giorno è sempre più difficile trovare degli spazi.
La scelta di occuparmi di Melville si potrebbe dire sia stata determinata dalla geografia. Arrivai dagli Stati Uniti in Germania – era l’anno 1957 – a metà agosto cominciava a fare freddo, così mi sono diretto verso sud. Il clima aveva influenzato dunque i miei movimenti. Avevo poi questa curiosità per l’Italia, avendo studiato un po’ di italiano; così venni a Napoli.
Arrivai nel bel mezzo della Festa di Piedigrotta, ignaro che si trattasse di una festa della città. Pensai che tutta quell’esuberanza fosse la normalità, perché mi avevano raccontato che i napoletani fossero, come dire, un po’ sopra le righe… (ride) poi, dopo, ho capito che quella non era la quotidianità.
Quello che non sapevo in quel momento era che cento anni prima, durante il Carnevale, era arrivato a Napoli un mio concittadino, che rimase per una settimana. Parlo di Melville.
Nel 1975, assunto come Lettore straniero presso, l’I.U.O., trovai nella biblioteca universitaria il giornale di viaggio di Melville – viaggio che lo scrittore compì nel 1856-1857 che lo portò in Palestina, Grecia, Italia e altri paesi europei.
La mattina del 19 febbraio del 1857 Melville giunge a Napoli e vi resta per una settimana. In un sol giorno egli vede Sorrento, Pompei, il Vesuvio. Instancabile! Visita tutti i luoghi più importanti: la Grotta del Cane, le Catacombe di San Gennaro, il Real Museo Borbonico (ora Museo Nazionale), il Lago d’Averno, il Vomero, ammirando il panorama da San Martino. Rimane folgorato da via Toledo che trova più bella di Broadway. Non amava molto i cocchieri napoletani, ma comunque ne trovò uno simpatico che lo accompagnò in città e fuori. Nonostante la brevità della sua sosta, Napoli gli fece una enorme impressione.
Bisogna capire cos’era Napoli all’epoca dell’arrivo di Melville. Regnava il vecchio Ferdinando II, noto con il nomignolo di Re Bomba, per aver cannoneggiato i messinesi. Agli inizi di dicembre un fante era quasi riuscito a infilzarlo con la baionetta di ordinanza. Ci fu anche un’insurrezione in Sicilia repressa nel sangue. Nel mese di gennaio ci furono due tremendi esplosioni al porto di Napoli con morti e feriti. Melville notò che molti dei cannoni del Maschio Angioino non erano diretti contro gli approdi dal mare, ma contro i quartieri popolari In Naples in the Time of Bomba scrisse:
“Voi, plebaglia!” così urlano
o urlare sembran con mincaccia muta:
“Provate a ribellarvi, e noi spariamo!
Melville indubbiamente aveva avuto ragguagli sulla situazione a Napoli dal suo amico e autore preferito Nathaniel Hawthorne che era anche console americano a Liverpool e che gli aveva vistato il passaporto.
L’introduzione al diario di viaggio, che avevo trovato in biblioteca, parlava di un poema, Naples in the Time of Bomba. Incuriosito presi a leggerlo e mi venne l’idea di tradurlo in versi italiani, in pratica un’impresa azzardata, non essendo io di madrelingua italiana, ma ormai ero in Italia da molto tempo e l’orecchio si era abituato alla lingua italiana e anche al dialetto napoletano, così ebbi l’ardire di tradurre alcuni passi dove parlavano i popolani, anziché in fiorentino, in lengua napulitana. La traduzione riuscì al punto che il testo fu ripreso dall’allora emergente attore Riccardo Zinna in un intervento all’Istituto Italiano di Studi Filosofici. E anche da Achille Millo che lo portò in scena al Teatro dell’Orologio di Roma. Inutile dire che fu per me gratificante essere riuscito a ricreare la sonorità di Melville in traduzione.
D. La geografia, dunque, L’ha spinto a tradurre Melville… ma anche forse un po’ di affetto per Melville?
R. Melville mi inquietò, perché era chiaro che fosse un conservatore, mentre io non lo sono. Tuttavia, si parla di un conservatore onesto, tormentato da dubbi, il quale non rinuncia a riflettere sull’arte, sulla religione, sulla politica, sull’amore, su tutto, fino alla fine della vita. Una delle sue più importanti opere fu Clarel, un intrigante poema filosofico teologico di diciottomila versi, ultimamente ben tradotto in italiano da Ruggero Bianchi, opera non meno degna di attenzione di Moby-Dick.
D. Probabilmente Melville ha vissuto il periodo dell’annessione del Regno di Napoli, ma ha scritto qualcosa al riguardo?
R. Melville non è il solito viaggiatore distratto, in cerca del pittoresco, dell’oleografico. E’ perspicace, disincantato, un acuto interprete dei segni che i paesi visitati gli offrono: la Terra Santa, la Grecia, l’Italia. In Naples in the Time of Bomba Melville prende posizione. Era pienamente consapevole della durezza del Regno di Napoli, dello sfaldamento del regime, dei tumulti, con il Maschio Angioino pieno di prigionieri politici, e anche di questo scriveva; tuttavia, temeva che, attraverso i moti rivoluzionari e risorgimentali si potesse instaurare un’altra tirannide, il dispotismo borghese del business, “despoticBiz”. E’ diffidente nei confronti dello stesso Garibaldi, anche lui presente in Naples in the Time of Bomba,per quanto lo ammiri sul piano personale. Un altro personaggio che emerge è Masaniello, biondo, bello, amato dal popolo, soprattutto pericolosissimo, e che dallo stesso popolo sarà ucciso.
D. Dunque una testimonianza esterna che rileva un regno in decadenza, un po’ come quando oggi si ci informa sull’Italia leggendo la stampa estera. Adesso mi rivolgo al Poole professore. Come è possibile oggi far arrivare la poesia al grande pubblico?
R. Un’associazione di Salerno, Multimedia Editori, pubblica poeti stranieri di diversi paesi, con testo a fronte, e contribuisce a diffondere la poesia contemporanea, soprattutto quella con un certo spessore etico, critico. Organizza giri di promozione con i poeti, che leggono le loro opere. Inoltre promuove festival della poesia – a Napoli, a Sarajevo – invitando poeti internazionali a leggere le proprie opere. Questa “spettacolarizzazione” della poesia contribuisce a diffonderla e a renderla accessibile a più persone. In effetti, quando si legge soltanto con gli occhi si tradisce un po’ l’essenza della poesia, poiché generalmente la poesia è innanzitutto sonorità.
Negli Stati Uniti si fanno gli slam, che sono incontri poetici, animati da fini dicitori, “poetantautori”, rapper, spesso afro-americani, e anche nel napoletano esistono artisti di questo tipo, praticanti delle discipline dell’hip-hop, che recitano soprattutto in dialetto.
Del resto sopravvivono nell’hinterland napoletano (ma anche nelle Puglie) tracce notevoli di un’antica arte poetica cantata chiamata “canto sopra il tamburo” (canto ‘ncopp’ ’o tammurre), accompagnato anche dal ballo in coppia. Si tratta di un genere popolare, spesso legato a importanti festività religiose, che talvolta viene chiamato impropriamente “tammurriata”. Il cantatore (o anche la cantatrice) improvvisa versi scanditi al ritmo del tamburo, cantando con toni acuti e forti in un dialetto stretto. Un esimio studioso del fenomeno è Gabriele D’Ajello Caracciolo.
Certo, amo molta poesia, soprattutto la poesia metricamente organizzata, magari anche con le rime (in questo sono un po’ all’antica), senza per questo disprezzare i versi liberi. Non ho da offrire ricette per farla amare anche dalle masse, ma sono convinto che se l’accademia svolge un ruolo essenziale nella conservazione e nello studio dei testi poetici che costituiscono un tesoro prezioso, è anche fuori dall’accademia, o da certo “accademismo”, che la poesia deve radicarsi per fiorire.
D. Passiamo adesso al Suo impegno di pacifista. Le statistiche ci parlano di un mondo le cui spese militari ammontano a cifre esorbitanti, e perché secondo Lei ancora oggi tanti giovani scelgono di prestare il servizio militare, sia in Italia che negli Usa?
R. Nell’ultimo anno, la spesa militare italiana è cresciuta di 3.5 miliardi. Il governo Monti ha tagliato tutto, conti correnti, pensioni, salute, ecc. ecc., ma non le spese militari. Meno male che non siamo in guerra, sennò chi sa quanti sacrifici avremmo dovuto fare?
I soldati italiani sono pagati oggi molto bene, perché i giovani italiani sarebbero poco propensi a lasciare il proprio paese per partecipare a “missioni umanitarie” contro gli afgani o i somali, o altri. Ed è difficile trasformare l’italiano in soldato, a causa di una certa salutare resistenza psicologica e culturale. Comunque sono sempre gli strati più poveri della popolazione che si trovano nella necessità di arruolarsi per avere una speranza di futuro.
Negli Stati Uniti, per esempio, una percentuale piccola ma significativa di soldati è costituita da cittadini non-statunitensi, invogliati a prendere parte al servizio con la promessa di ottenere la cittadinanza. La maggior parte dei soldati sono poveri e/o appartenenti a minoranze etniche. Che io sappia, nessuno è figlio o parente stretto di persone ricche: industriali, banchieri, senatori, deputati, ecc. Sospetto che anche in Italia sia così.
Trasformare un cittadino in combattente non è un’impresa facile, e spesso i modi per farlo sono duri, anche brutali, come molta letteratura e cinema testimonia. Per un primo sguardo alla situazione italiana consiglio un bel film di Vincenzo Marra, Vento di terra, ambientato principalmente a Scampia, che fa capire molte cose.
D. Lei, tempo fa, in un’intervista ha detto la seguente frase: le parole non servono per comunicare ma per nascondere i propri pensieri, riferendosi alla situazione giornalistica italiana, al rapporto della stampa col governo, soprattutto nel periodo della guerra in Iraq. Indicando Lucio Manisco come un’eccezione nel panorama dell’informazione. Cosa ne pensa oggi?
R. Sì, l’ho detto provocatoriamente. Il linguaggio non serve per comunicare i pensieri. Noi diciamo le cose per vari motivi, per prevalere, sedurre, convincere, avere affetto, ottenere un vantaggio. Il massimo dell’onestà che possiamo ottenere è di non dire esplicite bugie.
In politica succede purtroppo la stessa cosa, anzi, di peggio, perché le bugie si dicono. Pochi politici si esimono dall’usare un linguaggio menzognero. E anche l’elettorato è preparato a questo. Quale elettore è così sprovveduto da aspettarsi che, per esempio, Obama dica quello che pensa, anziché quello che serve per farsi eleggere o comunque per giustificare le proprie decisioni? Abbiamo casi di politici americani talmente buffi da far sorridere; penso a un attuale aspirante candidato repubblicano alla presidenza, Romney, che prima si dichiara a favore dell’aborto, poi contro, e infine si dice possibilista. E’ evidente che solo una delle tre possibilità può essere vera.
C’è da dire però, e questo è l’aspetto più preoccupante, che una certa audience, non parlo più di pubblico, tampoco di elettorato, è in perfetta sintonia con questo sistema retorico. Per esempio, molta gente che sostiene Berlusconi è d’accordo con lui, a prescindere dalle idee che esprime. Tutto quello che Berlusconi dice, anche contraddicendosi, gli sta benissimo. C’è una corruzione intellettuale dell’elettorato spaventosa.
Io invece credo che il popolo ha il diritto di aspettarsi che gli venga detta la verità e che chi lo governa ha il diritto di dirgliela. Il popolo aspira ad avere un governo credibile, che dica le cose come sono. Ricordo il Primo maggio 1960 quando un aereo spia Usa fu abbattuto in Russia. Il governo americano, anzi, lo stesso presidente negò il fatto, ma le prove furono inconfutabili e, infine, si dovette ammettere i fatti. Io rimasi malissimo che il mio governo potesse pubblicamente mentire sapendo di mentire. E poi dover ammettere di aver detto il falso. Oggigiorno i governi non ammettono neanche di aver detto il falso. Un piccolo segno del degrado successivo sta nel fatto che né io né nessuno altro che io conosca, neanche i più sprovveduti, rimangono sconcertati ormai da simili bugie di stato.
Grazie mille Professore, speriamo di incontrarLa nuovamente e a presto.
Grazie a lei.
(l’intervista a cura di Maria D’Andrea)

