Una data, due feste
Il 15 agosto è appena passato.
È una data importante: come tante festività cristiane, è infatti il crocevia di celebrazioni precristiane e solennità create dalla Chiesa.
Il 15 agosto è Ferragosto, in memoria dell’imperatore Augusto e del suo riposo esteso al popolo, e, dal 1 novembre 1950, è anche la solennità dell’Assunzione al Cielo della Beata Vergine Maria, in anima e corpo.
Qui la domanda di fondo non è «Chi ha ragione?». L’operazione di restyling delle feste è un classico di ogni religione che soppiantava la precedente. Non è un caso che le principali Chiese cristiane sono edificate su antichi templi romani, per esempio.
Accanto al rispetto per un luogo ritenuto sacro dagli antichi, c’è sicuramente il piglio di chi attesta con fermezza di possedere la vera religione, fatta subentrare anche materialmente ed esteriormente all’altra, e così rimpiazzandola apertamente.
Non vi è festività pagana o laica che la Chiesa non abbia voluto sostituire con una propria proposta riparatrice.
Domande di senso sull’Assunzione di Maria
La domanda allora non è relativa a chi abbia ragione, bensì al senso che può avere il dogma dell’elevazione al cielo della madre di Gesù, in corpo e anima, alla luce della nuova sensibilità teologica che si va affermando con sempre maggior forza.
La teologia posteista sta infatti spingendo a rivedere le categorie che la tradizione ci ha consegnato, per riscoprirne il senso nell’orizzonte del paradigma post-scientifico nel quale oramai viviamo da secoli, e del quale riscopriamo la bontà e la sensatezza in continuazione.
Anche la teologia deve fare i conti con il cambio di paradigma culturale che viviamo. Anche la teologia deve camminare e chiedersi se le sue narrazioni, sorte in epoche assai diverse dalla nostra, hanno oggi ancora senso. E, se ne hanno, qual è.
Così, ieri ho ricevuto richieste di chiarimento da parte di alcune persone che seguono i miei percorsi teologici, in cerca di una conciliazione tra il vecchio e il nuovo.
In altre parole: Come comprendere il dogma mariano dell’assunzione al cielo se abbiamo appurato che il cielo non è sede di Dio, la modalità del corpo umano a noi nota finisce con la morte e finanche la risurrezione di Gesù è un modo di parlare di un’ulteriorità indicibile e storicamente indimostrabile se non come categoria teologica?
La domanda è lunga. La risposta è breve.
Una risposta sul senso del dogma dell’Assunzione di Maria
Il punto di partenza è accogliere la natura storica delle formulazioni dogmatiche. Non solo banalmente nel senso che sono storiche perché realmente avvenute. Documenti firmati e conservati in ottimo stato attestano il loro effettivo pronunciamento.
I dogmi sono formulazioni storiche perché risentono del momento storico nel quale sono nati. Usano le parole e gli orizzonti di senso che erano familiari a chi li ascoltava e, naturalmente, a chi li scriveva.
Il dogma dell’assunzione di Maria faceva i conti con categorie oggi di difficile comprensione e accettazione: la sua immacolata concezione, ossia l’assenza del peccato originale in lei, impediva di pensare che il corpo di Maria si potesse corrompere in una tomba.
Dietro c’era l’idea, elaborata ai tempi di sant’Agostino, di un peccato originale pensato come macchia che si contrae alla nascita per trasmissione fisica di discendenza da Adamo ed Eva.
Nell’Antichità si poteva pensare questo perché la Bibbia era presa alla lettera e non si conosceva il genere letterario dei racconti di Genesi: sono miti che indagano il senso della vita, non resoconti dettagliati dei primi istanti della vita umana sul pianeta Terra.
Ricomprendere il peccato originale
Non vi è alcuna opposizione tra quei racconti biblici e le scoperte scientifiche che hanno individuato la nascita dell’universo che noi conosciamo e che si è dispiegato in una storia lunga circa 14 miliardi di anni.
E questo per il semplice fatto che la Bibbia non spiega come è stato fatto il mondo, ma perché.
La teoria tradizionale del peccato originale voleva spiegare l’egoismo umano rifacendosi al racconto del libro di Genesi su Eva e Adamo. Noi, eredi degli studi della scienza biblica maturati negli ultimi quattro secoli e oggi coralmente riconosciuti anche dal Magistero, sappiamo bene che il mito è poesia e non cronaca scientifica.
Dobbiamo allora ripensare il cosiddetto peccato originale, riconoscendo in esso semplicemente il nostro istinto di sopravvivenza spinto fino all’egoismo. Esso si radica in un impulso implicito nell’esistenza umana, che deriva dalla vitalità che ci abita, e che non può mancare a nessun essere umano che sia tale.
Noi oggi sappiamo che non vi è legame tra peccato originale e corruzione del corpo.
Il dogma dell’Assunzione parla di noi
Contestualizziamo allora quella formulazione nel tempo in cui fu redatta. Non ce ne scandalizziamo. La comprendiamo compiendo una trasposizione teologica che tenti di rileggere il senso di quelle categorie, senza necessariamente ripeterle meccanicamente.
In un contesto culturale e teologico nel quale si parlava di «cielo» per indicare Dio stesso, dire che Maria fu assunta in cielo, significa attestare che colei che partorì ed educò Gesù di Nazaret era stata abbracciata in modo specialissimo da Dio.
Questo avviene anche per noi e si confermerà anche per noi al momento della nostra morte. In questo senso, Maria «brilla come segno di sicura speranza e di consolazione per il popolo di Dio in cammino», come recita sapientemente un importante documento del Concilio Vaticano II, la Lumen gentium.
Dire che ciò avvenne in anima e corpo, significa rimarcare l’identità precisa di quella donna, secondo la cultura biblica che pensa l’essere umano come un «sinolo», un’unicità inseparabile, un corpo spirituale e uno spirito incarnato.
Maria, dunque, fu abbracciata da Dio per tutto ciò che era. Così come era. La sua storia, i suoi ricordi, i suoi affetti, la sua vita intera sono graditi a Dio. Questo è ciò che sperimentiamo anche noi: Dio ci ama così come siamo, ci vuole così come siamo, ci ha fatti come siamo. Ed è per questo amore incondizionato che siamo resi capaci di crescere e migliorare.
Il senso del rapporto con Dio
In questo senso, comprendiamo che Maria ha vissuto la stessa esperienza di Gesù. È infatti Gesù colui che ci mostra il senso vero del rapporto con Dio.
Un senso aperto a tutti e tutte noi. Infatti egli risorge come tutte le persone che sono morte e che Dio, Fondamento dell’essere e abbraccio eterno, tiene a sé in modi nuovi e per noi impensabili.
Forse è stata lunga anche questa risposta. Ma spero abbia mostrato un breve esempio di cosa significhi trasporre i dogmi della tradizione nel paradigma posteista più vicino alle nostre categorie di comprensione attuale.
P
er approfondimenti sul tema della risurrezione e del suo senso, rimando al mio recente volume Croce e delizia. Ripensando la risurrezione di Gesù.
E ora riprendiamo le nostre ferie!






3 Commenti
Davvero interessante… Certo la chiesa nel senso gerarchico dei suoi ministri ha costruito ed imposto sovrastrutture che non c’entrano nulla con la fede la testimonianza di Gesù e della sua discepola Maria…. Insomma bisogna resettare un po tutto e iniziare un nuovo cammino
D’accordo, ogni nuovo approccio teologico rivela sempre un onesto tentativo di miglioramento interpretativo delle Scritture e della realta’. Personalmente conoscoancora poco l’approccio post-teista o transteista, a me pare comunque che ogni nuova teologia dovrebbe focalizzarsi sull’etica pratica comportamentale, a somiglianz ad esempio del Discorso della Montagna e molto meno su una nuova ideologia della Divinita’, che rimarra’ sempre un mistero per i terricoli. A mio parere la rappresentazione di Dio come Padre Amorevolissimo dei Vangeli ci comunica molto in linguaggio a noi famigliare. Da questo pdv etico ha il transteismo una sua prospettiva peculiare per i terricoli di oggi? Spero di si.
Certamente ogni morale si fonda su un modo di vedere Dio. Non c’è etica credente senza teologia. Il volto di un Dio vitale e amante indica già chiaramente le coordinate di umanizzazione