Ricchi, potenti e pieni di debiti contro poveri, appassionati e pieni di virtù: è apparsa così nei cieli del calcio la meteora Superlega, destinata a diventare però – per tanti addetti ai lavori – la prossima stella polare di un calcio economicamente al collasso e in cerca nuove direzioni. Lo era già prima del Covid, ma il virus ha dato la mazzata finale.
I grandi club con blasone, trofei e fan base, rivendicano ora la loro posizione predominante nel mercato in relazione ai numeri. Florentino Perez, presidente del Real Madrid e tra i fondatori della Super League, ha tuonato: “Senza questa rivoluzione il calcio morirà nel 2024. La Champions sta perdendo interesse, i diritti tv sono in calo. Ci sono 4 miliardi di tifosi di calcio in tutto il mondo e la metà di loro sostiene i club della Superlega.
Il calcio è l’unico sport mondiale. Meglio City contro Barcellona che contro una squadra modesta”. Perez dimentica che la pelota è il “gioco” dove dovrebbero regnare meritocrazia e sogno. Anche la squadra “modesta” ha bisogno di sognare una sfida contro un club dal curriculum importante. La Superlega della “sporca dozzina” dei club che l’hanno creata (tra le italiane Juventus, Inter e Milan) è il tentativo di trasformare una trattoria – che nasce popolare e alla portata di tutti – in un resort super lusso per soli ricchi annientando quasi del tutto la scuola calcio del paese. La scena è questa: bambini viziati e prepotenti fanno irruzione nel potrero fangoso dove sono nati i Maradona e i Pelè, e rubano il pallone – asserendo che è di loro proprietà – per farlo rimbalzare nelle stanze dei “bilanci”.
Gli anni passano e non si può pretendere che il calcio si muova nell’epoca che più ci piace. Va tenuto ben presente che questo sport è diventato industria e che il tifoso non è più solo quello che va allo stadio: oggi c’è il fan virtuale che segue via cavo da ogni angolo del mondo. Ed è soprattutto a loro che il prodotto calcio si rivolge. Il calcio. Poi c’è il pallone, che è irrazionale e che è inutile guardarlo se non si può sognare. Anche l’ultimo tifoso della più scalcagnata squadretta di periferia ha un sogno nel cuore. Che può essere anche lo sfizio di battere i rivali del paese limitrofo o di approdare ad una Coppa per far sputare sangue all’avversaria più titolata.
Il calcio è la favola del Leicester che vince la Premier, il Napoli che compra Diego Armando Maradona, la Sampdoria e il Verona che vincono uno scudetto. Il guaio è che la UEFA, massima istituzione europea del calcio e ora acerrima nemica della Superlega (che andrebbe a gestire autonomamente regolamenti e soprattutto soldi), ha per anni contribuito a rovinare il pallone consentendo ai club di indebitarsi notevolmente in barba al Fair Play Finanziario.
I club invece di chiedere più denaro, inizino a ridimensionarsi: è questo, in soldoni, il cuore della vicenda. La pandemia, come detto, ha aggravato drasticamente la situazione. Secondo stime dell’ECA nella stagione 2019/2020 il giro d’affari del calcio europeo (senza considerare i proventi della gestione del parco calciatori) si è ridotto di circa 7 miliardi di euro. Situazione che si è aggravata quest’anno con tutte le partite disputate a porte chiuse: indotto totalmente cancellato. Ecco perché ai 12 club della Superlega fanno (o meglio, facevano) gola i 3,6 miliardi messi a disposizione dalla banca americana JP Morgan attraverso una linea di credito garantita dai futuri ricavi della nuova competizione.
Per ora il progetto è naufragato a poche ore dall’annuncio anche per le proteste di tante tifoserie, soprattutto in Inghilterra (non a caso culla del calcio), ma la sensazione è che ci sarà un seguito. In Italia il modello c’è per fare un progetto di qualità e del tutto sostenibile: l’Atalanta. E’ fondamentale avere istruttori preparati e credere nei giovani. Altro che scorciatoie. La UEFA imponga tetti e paletti, i calciatori rivedano le pretese economiche, i dirigenti siano equi nella distribuzione delle risorse e il calcio torni ad essere volano di passione.
Industria sì, ma con il pallone lì dove batte il cuore. Intanto, in Italia, dopo 9 anni di Juventus, l’Inter ha vinto il suo diciannovesimo scudetto. Con tanto di pericolosi assembramenti dei tifosi in Piazza Duomo. A conferma che il pallone è passione irrazionale, emozioni. A Milano come a Como, dove hanno festeggiato la promozione in Serie B. O a Napoli, dove qualche mese fa hanno omaggiato Diego Armando Maradona, volato altrove il 25 novembre 2020 a soli 60 anni, portando con sé quel pallone con il quale ha dato allegria e magia alla gente, e che ha consentito a lui e alla sua famiglia di lasciare il barrio di Villa Fiorito, uno dei luoghi più poveri dell’intera Argentina.




