La purezza è un valore, un’idea. Un senso della forma. Quella forma che emerge intatta se le note sono perfette, nella scelta e nel numero. Pienone al teatro San Carlo di Napoli, nonostante la manifestazione di un centinaio di attivisti che contestavano l’attività della cantante istraeliana Noa, accusandola di non aver mai preso posizione contro le politiche di apartheid e occupazione del governo israeliano, evidenziando come spesso molti artisti, enti ed istituzioni avallino certe situazioni politiche.
Non è certamente il caso di Noa, che nata a Tel Aviv da una famiglia di ebrei yemeniti costretti a fuggire dal loro paese a causa dell’ostilità derivante dalla proclamazione dello stato di Israele, ha provato in prima persona il disagio dell’”etranger”.
Il concerto dell’ “usignolo” di Tel A Viv, che ha avviato il Napoli Teatro Festival, è stato piuttosto un gioiello di perfezione stilistica in primis, e portavoce di un raccordo culturale necessario, di una solidarietà e fratellanza che accomuna, o che almeno dovrebbe accomunare, tutti gli etrangers nel mondo.
Gill Dor, il chitarrista israeliano, da sempre al fianco di Noa, nonché arrangiatore e direttore artistico della cantante, introduce il concerto eseguendo una splendida Munaster ‘ e Santa Chiara, suonata, o meglio cantata “a solo” dalla sua chitarra, perno ritmico di tutto lo spettacolo e trait-d’union tra l’occidentale quartetto d’archi, i Solis String Quartet, e l’orientaleggiante ritmica, suonata da Noa.
Il cuore del mediterraneo batte all’unisono tra i musicisti e il pubblico, entusiasta anche della delicata rielaborazione di Tammuriata nera.
Napoli è sviscerata, capìta, e rimodellata dalla voce pulita di Noa che imprime allo spettacolo il suo marchio di cantante eclettica e virtuosa, che adopera melodicamente le sue corde vocali anche per presentare i membri del gruppo e giocare con il pubblico. Una Napoli della quale Noa dichiara apertamente di essersi innamorata, e che rappresenta non soltanto un luogo fisico al quale pensare, con la sua bellezza, ma anche e soprattutto un luogo spirituale con le sue gioie e le sue tristezze. E l’amore per la nostra Napoli si evince ancora di più nella splendida interpretazione di Sia maledetta l’acqua, una delle villanelle del 1537. Un testo a doppio senso recuperata in Germania da una rarissima stampa fatta a Napoli nel 1937 e riproposta da Bennato con la Nuova Compagnia di Canto Popolare. Brani che sono proposti anche nel nuovo album, “Noapolis. Noa canta Napoli” un progetto che ha visto la cantante impegnata per un lungo periodo di tempo oltre che nella scelta ricercata e attenta dei brani, anche nell’apprendimento del linguaggio, non soltanto verbale, del mondo napoletano. Un omaggio alla cultura più radicale e primigenia di Napoli.
Propone poi, tra gli altri, un bellissimo canto yemenita, tramandato dalla nonna materna originaria di quella terra, in cui le scale temperate cedono il posto a vocalizzi dagli intervalli melodici più piccoli del nostro semitono sorretti unicamente dai bassi del violoncello, che liberano la voce dalle catene della tonalità. Una interpretazione toccante nel silenzio emozionato dell’intero teatro suggestionato dall’immagine di una donna che soffre esattamente come le donne napoletane. E’ su questo brano la solidarietà di Noa verso tutte quelle donne che ancora oggi, nei nostri “tempi moderni” sono sottomesse e oppresse. Ricordiamo infatti che da sempre Noa partecipa attivamente alle manifestazioni per le donne e si è sempre schierata contro le posizioni della minoranza ebreo ortodossa.
Anche Israele è presente, e si fa spazio a Napoli attraverso una filastrocca per bambini rielaborata in modo originale e che rievoca a tratti le ilari opere mozartiane.
Il quartetto d’archi è una entità omogenea, che – come dovrebbe essere per tutti i quartetti – si esprime con una voce sola. I Solis String Quartet, che vantano una carriera notevole hanno accompagnato Noa con una perfezione tecnica impeccabile, ed un suono cristallino. Una particolare attenzione del violoncello alle scale non temperate, i passaggi dei violini da una musica europea a quella yemenita effondevano una profonda conoscenza della cultura musicale internazionale.
Era di maggio subisce un arrangiamento elegante e mai melense, attento e sentito; un po’ carente l’aspetto ritmico, probabilmente dovuto (e voluto?) alla scelta degli strumenti.
Il progetto di “Noapolis” è ambizioso. Noa, artista profondamente impegnata nell’utilizzo della musica come strumento di riavvicinamento fra popoli in conflitto, ha perfettamente interpretato l’animo napoletano facendolo proprio, vivendo la bellezza e la sofferenza di questa città, prestando attenzione non soltanto alle parole dei testi, ma anche e forse soprattutto alla gestualità. Le canzoni cosi arrangiate, benchè fortemente influenzate dall’ambiente israeliano, hanno suscitato forte entusiasmo del pubblico, questo anche perché le musiche napoletane ben si sposano con le musiche arabe, proprio per l’influenza delle scale arabeggianti presenti nella tradizione napoletana; e in un contesto come quello del Teatro di San Carlo a Napoli l’elegante e raffinata interpretazione di Noa non poteva non trovare il massimo consenso.

