di Sergio Valentino
Tufo. La pietra gialla, frutto della piroclastite coibentata, ha sposato ed accolto, come in un abbraccio mortale, la falda magmatica dei detriti derivanti da colate fangose venute giù dalle colline circostanti in decenni e secoli di storia, trasformando una valle di morte in un territorio cristallizzato, fuori del tempo e dalla realtà.
E questa è la sensazione che si percepisce varcando quel passaggio virtuale dai caratteri così reali e austeri, nel loro perdurare da migliaia di anni. Pochi metri più in basso alla vita quotidiana, si apre un universo parallelo, fatto di tracce umane e eternità divina. Più che un cimitero, una porta che, diversamente dalle Fontanelle dove i vivi e i morti proseguono un dialogo mai interrotto, mette in comunicazione il tempo di ieri con quello di oggi.
Presente e passato procedono per vie parallele, una fatta di luce e caos, l’altra di buio e silenzio, dove occorre una torcia per osservare la terra sotto i piedi e la storia tutt’attorno. Il contrasto è forte, ma non stridente. Te ne accorgi mentre inizia la discesa di quella scala che, in tempi più recenti, ha rappresentato il ponte reale tra il nuovo e l’antico.
Ma attenzione, perché una volta intrapreso quel viaggio, niente sarà più come prima. La terra sbriciolata che ancora compone e invade i passaggi rende instabile il passo ma più chiaro il passato che appartiene a chi appartiene a questo territorio, vivo da oltre trenta secoli sebbene a differenti stratificazioni.
La pallida luce delle torce fende l’aria umida trasformando il pulviscolo in cosa viva e il respiro in anima fluttuante. Solo per caso ti accorgi che, mentre stai attento a dove metti i piedi, le orecchie hanno smesso di percepire suoni e rumori che non siano il tuo ansimare, mentre disponi i tuoi passi instabili sul terreno impervio.
Solo allora capisci che non sei più tu a vivere, ma l’ambiente circostante ad esistere, mentre tu realizzi che sei al cospetto della Storia, e improvvisamente ti senti piccolo e, a conti fatti, non ci sei neppure più. Perché, attraverso lo stargate emozionale di quella dimensione fuori del tempo, hai effettuato un salto all’indietro di secoli, in cui tu non esisti, perché non sei nato ancora.
Attraverso i tuoi sensi, percepisci una vita che è trascorsa già migliaia di anni fa, e ti senti fuori posto, quasi in imbarazzo, col tuo ridicolo vissuto da uomo del Ventunesimo secolo, che non ha nulla da offrire che non duri il tempo di qualche anno se non qualche ora, mentre quegli spazi, quei luoghi, quelle pareti son lì da sempre, o per lo meno da quando esiste Napoli.
O meglio Neapolis. Perché ora sei greco. Sei giunto in un’area sacra dove venivano consegnati a sepolture indistruttibili i resti di coloro che hanno costruito ciò che vivi e messo le basi per ciò che sei, che hai, che ti è stato tramandato e tu hai ricevuto senza merito, credendoti un dio onnipotente solo perché possiedi in tasca un aggeggio che ti mette in contatto col mondo, ma che lì sotto neppure ha valore perché non c’è segnale.
Ma c’è molto di più: c’è il segno della storia, la grande Storia delle origini, e un culto ancestrale che ti ricorda che la vita esiste perché esiste la morte e, se non muori come fa il seme, non puoi portare frutto. E tu sei il frutto di ciò che, lì sotto, vedi, osservi tocchi, nonostante le arche spaccate e depredate e le pareti sventrate per fare posto alle fondamenta del nuovo, costruito qualche metro più su della tua testa.
Sei il frutto di una fede, un culto per i morti, preziosi proprio perché semi di vita, e di simboli arcaici ed arcani, pigne, uova, melograni, con ciò che rappresentano, e che ti appaiono ancora lì davanti agli occhi come apparivano a coloro che li avevano voluti e realizzati, anche se appena sbiaditi.
E sfiori le toghe di pietra di quei bassorilievi, e accarezzi quei simboli antichi, immagini sovrumane perché capaci di resistere alle calamità e all’irriverente opera demolitrice dell’essere umano, istantanee dei defunti e loro passaporto per l’eternità, all’imbocco di celle troppo piccole per respirare eppure immense per non percepirne la grandezza nel loro messaggio ai posteri, navicelle capaci di condurre i defunti attraverso l’eternità, sempre che nessuno disturbi il loro riposo durante il viaggio, oltraggiando i loro giacigli.
La tua voce in quei luoghi acquisisce un calibro più profondo, come se fosse gravata dallo spirito del tempo e dalla memoria che aleggia di antichi inni e odi alle divinità, perché accogliessero ed accompagnassero le anime deposte in quei sacelli.
Come un novello Orfeo, senti sgorgare un canto millenario, come se volessi risvegliare la storia e riportare in vita l’antica grandezza del passato. Solo allora, in quel preciso istante, percepisci che il tuo essere tra queste pareti di tufo è un dono che ti è stato fatto, quello di comprendere che nel loro morire e rinascere, quei semi umani sono arrivati fino a te. Sono te, e tu sei loro, e non è un caso che tu sia giunto a quel punto, perché è la chiusura di un cerchio, un cammino iniziatico che doveva essere compiuto, perché era necessario che arrivasse fino a te un messaggio di vita attraverso la morte.
E allora, e solo allora, comprendi che quel cammino, iniziato da te solo poco prima, era in realtà stato intrapreso dalla tua anima sin dalla nascita se non molto prima di incarnarti, e ogni passo era necessario perché si compisse quel viaggio che ti ha portato fin lì, fino a quel punto, fino a quella profondità, l’imo dell’anima e della coscienza.
E come accade tuffandosi in acque profonde, occorreva che arrivassi a toccare coi piedi il fondale, per poterti dare la spinta e prendere a risalire verso la superficie, con un’anima purificata da un vissuto millenario, rivisto con gli occhi della coscienza e della gratitudine per essere arrivato da così lontano, provenendo da un passato tanto grande da appartenere ad una terra che ha attraversato i tempi e gli eventi lasciando ovunque un segno profondo, un segno di grandezza. La grandezza di Neapolis, da sempre e per sempre faro di splendore.
E a quel punto, sfiorare le pareti tufacee per riemergere in superficie non fa più paura, non mette angoscia e non crea turbamento, perché hai compreso cosa questo luogo rappresenti: la tua anima più profonda ed antica, il tuo “io” più autentico, la sua ancora col passato e la stella polare verso il futuro.
E, tornando, accarezzare le strutture dell’antico acquedotto del Serino è il primo passo per comprendere la grandezza della gente e del luogo a cui appartieni, e l’orgoglio che ti deve animare quando pensi da dove provieni.
Perché solo così potrai essere certo della direzione da prendere per continuare il tuo cammino, ricordando che la tua missione è quella di proseguire l’opera di grandezza che ti è stata tramandata, e che è tuo dovere far procedere e perpetrare ogni giorno, nel tuo vissuto apparentemente banale, eppure da rendere prezioso e fondamentale, per essere seme verso l’eternità.
Siti per info e notizie: La Necropoli Ellenistica di Neapolis – Celanapoli






