Ite missa est. Andate, la messa è finita. Per tanti ragazzi è stato – e ancora resiste da qualche parte – il segnale dell’apertura delle danze pallonare domenicali. Dopo l’incontro settimanale con il Signore, è quello il via libera alle partitelle in strada, nei parchi e nei cortili prima di andare a pranzo. “Vito e Luca, è pronto”, mia madre dal balcone, negli anni ’80, per chiamare me e mio fratello al tavolo della famiglia, athanor della liturgia del pranzo a base di ragù, chiusa da dolce e caffè. Poi spazio al calcio. Al Napoli, soprattutto. Al vertice del quale, Lui, Maradona. L’altro Signore della domenica. E non è blasfemia: semplicemente a Lui ci rivolgevamo per i miracoli, per orientare effetti e sogni di gloria.
Seguivamo le partite attraverso le radioline – quando la squadra era in trasferta – in attesa delle immagini di 90° minuto, e qualche volta allo Stadio San Paolo, in casa, per vedere Lui dal vivo. Ite missa est, andando oltre Isidoro di Siviglia, si può tradurre anche con “andate, è stato mandato”. Cosa? Il messaggio divino, la sintesi della fede: l’uomo che si nutre del corpo di Cristo con l’eucarestia dopo la transustanziazione. Mandato, come Tommaso, avvocato, agente e scrittore che ha inviato con il suo libro – “Il centravanti in giacca e cravatta”, edito da Homo Scrivens – il suo messaggio sul pallone. Che diventa ostia roteante a 360° per gli affamati di dribbling e gol in cerca di sogni. Pagina dopo pagina Tommaso Mandato costruisce il suo treno che attraversa gli anni di Massimo Troisi, del Pibe de Oro, della televisione di Raffaella Carrà e di Heather Parisi che ballava. E che faceva innamorare Maradona con tanto di pettegolezzi.
Dai finestrini le immagini in parallelo dei sogni di Tommy, ‘o russolillo, ovvero l’amico del gruppo bravo a giocare a pallone, che ha tutte le carte in regola per diventare un campione del calcio. Quello, insomma, che vuoi sempre in squadra con te per vincere le partite. Nel suo testo Mandato rievoca i “filoni” a scuola corredati di “scartatelle” nel bosco di Portici e tanti scenari comuni a chi ha avuto la fortuna di affinare l’istinto per strada, senza social. E poi l’educazione, il padre insegnante a cui gli amici dicevano: “Professò, Tommaso diventerà forte, un campione”. E lui, di rimando: “Mio figlio deve pensare a studiare, non al pallone”. Mandato senior, non vedente, seguiva la carriera del figlio attraverso le narrazioni altrui.
Un giorno però decise di andare al campo: Primavera dell’Avellino contro i pari età del Napoli. Tommaso, tra le fila degli irpini, realizzò il gol del pareggio. Il padre probabilmente lo “vide”. I miracoli del pallone. Il libro è anche la congiunzione, il contatto con il mondo dei sogni: l’incontro e l’aneddoto con un giovanissimo Troisi, amico di famiglia, la partita di beneficenza di Acerra da avversario di Maradona – l’argentino si scusò con Mandato dopo avergli fatto un tunnel e prima di inscenare la prova generale del gol più bello di tutti i tempi dribblando tutti da metà campo fino al gol – e le innumerevoli avventure da attaccante diventato avvocato e agente di calciatori. Il padre aveva ragione: doveva studiare.
Verrebbe voglia di svelare tutto, comprese le tribolate vicende che hanno talvolta trasformato il pallone in “calcio”. Perché è così: le immagini oniriche che genera il pallone talvolta si trasformano in biechi “affari”. Soldi, raggiri, inganni. Come dice Galeano in “Splendori e miserie del gioco del calcio”, “la storia del calcio è un triste viaggio dal piacere al dovere. A mano a mano che lo sport si è fatto industria, è andato perdendo la bellezza che nasce dall’allegria di giocare per giocare.
Il calcio professionistico condanna ciò che è inutile, ed è inutile ciò che non rende. E a nessuno porta guadagno quella follia che rende l’uomo bambino per un attimo, lo fa giocare come gioca il bambino con il palloncino o come gioca il gatto col gomitolo di lana”. Però poi come i fiori germogliano le occasioni in cui il pallone fa sentire la sua forza naturale perché, come disse Maradona nel corso del suo addio al calcio, “la pelota no se mancha”, il pallone non si macchia. Quasi un tornare, nel giorno dell’arrivo, al potrero fangoso degli inizi nella poverissima Villa Fiorito. Il capitolo conclusivo de “Il centravanti in giacca e cravatta” è un’emozione che mi vede coinvolto.
Ho conosciuto Tommaso Mandato nel 2009 ad un corso di diritto sportivo da lui organizzato. Siamo diventati amici parlando di pallone, del Napoli, tra una pausa e l’altra. Poi un giorno di fine febbraio 2010 Tommaso mi dice: “Ci sarà un grande evento alla Luiss di Roma con i leggendari calciatori della nazionale italiana di Messico ’70. Vieni?”. “Già sono lì”, la mia scontata risposta. Sotto il patrocinio del CONI, della Federazione Italiana Giuoco Calcio e della Federazione Italiana Golf, il Movimento dell’Etica e Cultura nello Sport (MECS) presieduto da Gianni Rivera, organizzò la “Giornata dell’Etica e Cultura nello sport”. Erano presenti Gianni Rivera, Lido Vieri, Sandro Mazzola, Roberto Boninsegna, Comunardo Niccolai, Giancarlo De Sisti, Dino Zoff e l’immenso Antonio Iuliano, idolo per tutti i napoletani. Insomma, i fenomeni di Italia-Germania 4-3, la partita del secolo.
Quando calcio e pallone erano più o meno la stessa cosa. Lo stupore di chiacchierare con campioni simili mi ricordò le domeniche della mia adolescenza. Nel parco dove abitavo, come in quasi tutti i condomini, era vietato giocare a pallone. Erano gli anni di Maradona, la metà degli ’80. L’amministratore, che evidentemente non conosceva bene il 10 del Napoli comprato da poco, quasi sghignazzando mentre sequestrava la sfera magica, una volta disse: “Ogni volta che il Napoli vince, vi lascio fare e chiudo un occhio”. Giocammo spesso e volentieri domenica dopo domenica.
Nel mentre conquistammo due scudetti, una coppa Italia, una Coppa Uefa e una Supercoppa italiana: rendiamo grazie a D10s. Capitava che qualche calcio lo tirasse anche l’amministratore mentre fingeva rimproveri per assecondare le lamentele dei più anziani. Potere del pallone. E di Maradona, che del pallone è l’immagine più bella. Avrei dovuto moderare una delle tante e richieste presentazioni de “Il centravanti in giacca e cravatta”, a Gaeta, in presenza di artisti e personaggi noti. Non ho potuto: palo e doccia fredda. Ma questo libro è proprio come il giuoco che tanto amiamo: ti dà sempre un’altra occasione, un’altra traiettoria. Ite, pallone Mandato est.




