Di Maria Franchini, tradotto dal francese da Liliana Isabella Surabhi Stea
Prima di perdere la sua indipendenza e il titolo di capitale, Napoli eccelleva in molti ambiti; quello della medicina non era certo il minore.
È a circa 50 chilometri dalla città partenopea, a Salerno, che nel X secolo i medici cominciarono ad acquistare una fama internazionale. Punto di convergenza delle quattro tradizioni più prestigiose dell’epoca, giudaica, araba, greca e latina, Salerno vide nascere la prima scuola di medicina d’Europa, una istituzione in cui le donne occupavano un posto di primo piano: elaboravano rimedi e terapie, facevano operazioni chirurgiche complesse. Nel giardino di Minerva, in cui venivano coltivate le erbe medicinali, risuonano ancora i loro nomi: Trotula, Speranzella Calenda, Costanza Calenda, Rebecca Guarna, Abella…
I medici napoletani, già permeati dalle suddette correnti medico-filosofiche, mentre la scuola salernitana perdeva un po’ del suo lustro, nel XII secolo avviarono una tradizione secolare destinata a diventare il fiore all’occhiello del regno a partire dal XVI secolo.
Nel XVII secolo, Napoli disponeva di 150 istituzioni ospedaliere, tutte fondate e gestite da ordini religiosi o da confraternite. Queste commissionavano agli artisti e artigiani più famosi dipinti, sculture e maioliche per abbellire i loro edifici. I chiostri, oltre a coltivare erbe mediche per la preparazione dei farmaci, erano ingentiliti da piante e alberi profumati e decorativi.
Tutte queste meraviglie artistiche e naturali non servivano soltanto ad onorare Dio o la Vergine, ma ad addolcire l’animo del personale medico e a lenire la sofferenza dei malati, poiché secondo la filosofia napoletana, la bellezza è terapeutica. Anche i muri del lazzaretto dell’Ospedale della Pace, situato in pieno centro città, erano ricoperti di magnifici affreschi.
Autentici templi della carità, questi ospedali accoglievano non solo i malati ma anche i diseredati: si aiutavano i meritevoli a risollevarsi in caso di fallimento non fraudolento, si pagava il riscatto dei prigionieri di guerra, si assistevano i condannati a morte o si tentava di ottenere per loro la grazia se erano innocenti, si pensava ai funerali dei più poveri. Gli orfani, i bambini abbandonati o bisognosi erano assistiti fin dalla nascita e ricevevano una buona educazione. Insomma, queste istituzioni si occupavano dell’essere umano dalla nascita alla morte.
Ancora oggi, l’arciconfraternita dei Pellegrini, ormai priva del suo omonimo ospedale dagli anni ‘70, provvede ai bisogni di 300 famiglie indigenti, e assicura cure gratuite ai poveri in un dispensario poliambulatoriale.
L’Ospedale “Santa Maria del Popolo degli Incurabili” era considerato il nec plus ultra della medicina dell’epoca. Inaugurato nel 1518, dopo 2 soli anni di lavori, fu costruito su una collina rocciosa, Caponapoli, luogo famoso per la salubrità dell’aria.
Vera e propria cittadella, “Gli Incurabili” divennero uno dei complessi ospedalieri più importanti e moderni d’Europa. Fin dalla sua apertura, poteva accogliere 1.600 pazienti, aveva quattro chiese monumentali, un laboratorio-officina, più farmacie, e un servizio di interpretariato per i numerosi stranieri che venivano a farsi curare, e perfino un macello. Fu poi fondata una scuola di medicina sperimentale provvista di un anfiteatro per le lezioni di anatomia e la pratica della chirurgia su cadaveri.
A questa struttura già imponente, si aggiunsero alcune case di riposo, quella di Torre del Greco, situata ai piedi del Vesuvio, riservata ai pazienti affetti da patologie polmonari, e quella per i malati bisognosi di una cura termale, costruita alle porte della città, ad Agnano, luogo noto fin dall’Antichità per la qualità delle sue terme.
Le donne e gli Incurabili
Fondato da una donna, Maria Lorenza Longo, l’Ospedale degli Incurabili, come numerose altre opere di assistenza e di carità che caratterizzavano all’epoca Napoli, aveva come prima vocazione la salute delle donne, qualunque fosse la loro condizione sociale, la loro moralità, l’età, la nazionalità (s. v. la targa antica ancora conservata nella struttura).

Una volta ristabilite, se lo desideravano, potevano rimanere nell’istituzione, che le prendeva interamente a suo carico. Le donne incinte venivano ricoverate con il loro eventuale accompagnatore, in un servizio specializzato chiamato ‘la casa delle partorienti’. Qui si preparavano le madri e i padri alla nascita del bambino; e questo compito era svolto da ostetriche formate nella scuola dello stesso ospedale, un primato assoluto in Europa. Gli orfani (anche solo di padre) o i bambini di madri nubili erano assistiti fino all’età adulta e beneficiavano di una formazione.
Nel XVIII secolo, quando fu ampliata la Farmacia, splendida per la bellezza delle sue decorazioni, con le sue boiserie, sculture, dorature e ceramiche policrome, si volle rendere omaggio alle donne e alla medicina con due sculture in bronzo dorato che raffigurano due uteri, uno vergine e l’altro fecondato, una decisione tanto più sorprendente se si pensa che a decidere erano degli ecclesiastici.
Nell’ospedale degli Incurabili, come in tutti i 150 ospedali napoletani, le donne, anche in buona salute, non erano mai abbandonate: vedove senza risorse o rimaste senza marito, donne maltrattate o nubili, prostitute o figlie di prostitute, tutte erano accolte ed aiutate. Le giovinette ricevevano una buona educazione, e se desideravano maritarsi, veniva loro attribuita una dote.
I malati degli Incurabili
La vocazione di questo complesso era anche quella di accogliere pazienti affetti da malattie croniche che altri ospedali rifiutavano, da cui il nome di ‘Incurabili’, nome che non era tuttavia sinonimo di ‘inguaribili’. Di contro, i malati affetti da malattie mortali e molto contagiose come la lebbra, per esempio, erano mandati nei lazzaretti. Non venivano nemmeno accettati pazienti che lamentavano mali minori.
Un’altra specificità di questo ospedale era il servizio di psichiatria, il quale divideva i malati in tre categorie: i maniaci, i malinconici e i ‘taciturni’, per poter fornire loro cure personalizzate. La musica e piccoli lavori (distribuzione dei pasti, trasporto dell’acqua, ecc.) facevano parte delle terapie applicate dagli psichiatri ante litteram napoletani. Inoltre, una volta l’anno, in occasione del Carnevale, i malati di mente non violenti erano autorizzati ad uscire sotto sorveglianza, e potevano anche andare a ballare nelle sale del palazzo reale aperto a tutti durante queste festività.
La grande varietà di patologie trattate, valse a questo immenso complesso d’avanguardia la qualifica di ‘Museo di tutta la Medicina’.
I malati erano sottoposti ad una visita di accettazione, prima di essere ricoverati nel reparto idoneo al loro caso, cosa che costituiva il primo esempio di ‘triangolo ospedaliero’, organizzazione degna di una struttura moderna.
Il tasso di mortalità dei pazienti era molto inferiore a quello registrato all’Hotel Dieu di Parigi, per esempio, un primato dovuto al fatto che si inviavano in altri ospedali i pazienti che avevano bisogno di un intervento chirurgico, limitando così la propagazione di microbi.
Il funzionamento degli Incurabili
Possiamo agevolmente immaginare che una siffatta struttura impiegasse un numeroso personale che non solo era remunerato, ma beneficiava anche di vitto, alloggio e servizio di lavanderia. A queste spese di per sé esorbitanti, si aggiungeva l’enorme costo dell’assistenza ai poveri. Si trovò quindi un sistema di auto-finanziamento istituendo il Banco di Santa Maria del Popolo. I “Banchi”, equivalenti ai monti di pietà, erano istituzioni finanziarie, emanazione di corporazioni laiche operanti nel settore della carità pubblica, dell’assistenza e del credito a favore delle classi povere. Molto legate alla storia di Napoli, i banchi esistevano già da qualche centinaio di anni al momento della fondazione degli Incurabili.
Oltre al personale stipendiato, diverse associazioni caritatevoli davano il loro contributo, ciascuna in un giorno prestabilito: il lunedì, i padri operai restavano al capezzale dei moribondi o si occupavano dei morti. Il martedì le dame di famiglie nobili distribuivano i pasti.
Il corpo medico e la Scuola Medica Napoletana
I medici, ciascuno con la propria specializzazione, non erano sottoposti a nessuna forma di gerarchia, poiché ciascuno poteva decidere liberamente quale terapia applicare, e non era obbligato a consultare un collega se non lo desiderava. I medici (così come il personale curante) erano presenti 24 ore su 24, poiché studiavano e alloggiavano presso il complesso ospedaliero, il quale ospitava una prestigiosa scuola di medicina, che selezionava con rigore i candidati provenienti da tutte le province del regno, in base alla regola del numero chiuso.
Gli studenti, alloggiati sul posto come nei campus universitari moderni, beneficiavano di corsi teorici, di anatomia applicata e di pratica con i malati, un metodo pedagogico che rese famosa la scuola napoletana di medicina.
In questo ospedale si praticarono le prime anestesie, il primo parto cesareo e furono applicati i primi cateteri, senza contare l’invenzione di molti strumenti chirurgici molto originali realizzati da artigiani locali.
Questi oggetti sono oggi custoditi nel museo dell’ospedale (museo delle Arti Sanitarie e di Storia della Medicina e della chirurgia).
La scuola smise di esistere dopo l’invasione dell’esercito piemontese che portò all’annessione del Regno delle Due Sicilie. Un altro colpo mortale fu assestato agli Incurabili da un incendio durante il quale andarono in fumo preziosi volumi contenenti un tassello inestimabile della storia della medicina occidentale. (Tutto il complesso, inclusa la straordinaria farmacia sono attualmente in corso di restauro dopo il crollo avvenuto nel 2019 a causa di un cedimento del terreno).
I medici degli Incurabili hanno fondato un’associazione, ‘Il Faro di Ippocrate’ che ha come obiettivo la valorizzazione di questo prezioso patrimonio. Medici e infermieri si dedicano a turno a far da guida ai visitatori prenotati. (La farmacia, che faceva parte della visita è ancora chiusa per restauri. Auguriamoci che la riapertura sia prossima).








4 Commenti
Grazie mille per il gran lavoro che condividi con noi amici del gruppo Facebook
Grazie a te dell’apprezzamento.
Il suo apporto alla conoscenza della cultura e storia napoletana, cara Maria, è sublime e insostituibile! C’è bisogno di persone come lei, grazie
Buonasera, grazie per ilm0rezioso contributo, interessante ed esaustivo. Le chiedo, gentilmente, delle informazioni, se in Suo possesso, sto effettuando degli studi e sto cercando delle notizie su un dottore di cognome Lorenzi, originario di Livorno, nel seconda metà del 700 è stato medico di Vincenzo di Sangro. La ringrazio. Cordiali saluti.