A Pompei la straordinaria scoperta dei corpi durante i nuovi scavi, in area Civita Giuliana i calchi di due uomini visibili grazie alla tecnica della colatura di gesso
Nel 2017, nell’area di Civita Giuliana, a meno di un chilometro dalla città antica di Pompei, un’operazione congiunta tra la Procura della Repubblica di Torre Annunziata e il Parco Archeologico di Pompei, permise di sottrarre ai saccheggi dei tombaroli una Villa d’età romana, già conosciuta dall’inizio del XX secolo e rivelatasi un importante sito di studio.
Le sistematiche indagini archeologiche, effettuate dopo l’intervento di polizia, misero in luce parte del settore produttivo della ricca residenza, tra cui una stalla dove furono rinvenuti i resti di tre cavalli, uno dei quali ancora bardato con delle ricche rifiniture.
Dopo il recupero dei reperti mobili, la squadra di ricerca ha proseguito con il calco in gesso sia della mangiatoia in legno sia dei cavalli stessi, grazie alla tecnica utilizzata dall’archeologo Giuseppe Fiorelli a metà dell’800, che ne fu l’inventore e sperimentatore.
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Tale tecnica è stata utilizzata anche per l’ultimo eccezionale ritrovamento nella parte nobile della villa, indagata durante i nuovi scavi; è stata infatti riconosciuta la presenza di due corpi umani, distesi supini nei depositi vulcanici riferibili alla seconda ondata piroclastica. La cenere grigia del flusso mortale riempì gli ambienti di tutta la residenza, entrando probabilmente da più punti e investendo chiunque si trovasse lungo la sua direzione di scorrimento.
Analisi antropologiche hanno evidenziato che si tratta di due uomini adulti, uno di circa vent’anni più giovane, rinvenuti in uno dei vani del criptoportico, un corridoio di passaggio sotterraneo che consentiva l’accesso al piano superiore. Si suppone che furono colti dalla morte nel momento della fuga, in quel breve lasso di tempo che intercorse tra il primo e il secondo terrificante flusso piroclastico che uccise la maggior parte degli abitanti di Pompei, quelli non ancora scappati dalla città.
Dopo l’analisi e l’asportazione parziale dei resti ossei, si è proceduto con la colatura di gesso, tecnica tutt’oggi valida per la possibilità che offre di studiare i corpi colti nel momento del decesso. La tecnica del calco in gesso, infatti, sfrutta il vuoto che si crea al di sotto della cenere consolidatasi col passare dei secoli; tale cenere, detta “tuono”, avvolse tutto in una morbida coltre adattandosi ai particolari delle vesti, dei volti e degli oggetti.
Colando il gesso nel vuoto lasciato dalla decomposizione delle sostanze organiche, è possibile ottenere il calco al positivo di tutti questi particolari che la cenere consolidata aveva impresso al negativo. Ad esempio, si è potuto riconoscere il vestiario utilizzato dai nostri fuggitivi: tuniche dalla spessa tessitura, forse lana e un mantello che copriva uno dei due uomini.
Queste evidenze archeologiche confermerebbero la sempre più accreditata teoria che l’eruzione del 79 d.C. non fosse avvenuta il 24 agosto, come registrato nei testi antichi tramandati dai copisti medievali, ma che si sia verificata in autunno inoltrato. Tale teoria è fortemente avallata anche dalle analisi paleobotaniche effettuate sui resti carbonizzati di frutti e semi campionati negli ultimi anni nelle aree investite dall’eruzione.
È chiaro che il gesso inglobi al suo interno le ossa non asportate, come successe nei primi anni di sperimentazione, permettendo di conservare i poveri corpi in una un’ultima dimora funebre quasi a imperitura memoria dei quei terribili giorni di fine ottobre del 79 d.C. Non si può non citare la celebre frase del nostro scrittore campano Luigi Settembrini, che nel 1863 ebbe modo di visitare Pompei e vedere i calchi che il Fiorelli effettuava ormai da qualche anno:
“Sono morti da diciotto secoli, ma sono creature umane che si vedono nella loro agonia. Lì non è arte, non è imitazione; ma sono le loro ossa, le reliquie della loro carne e de’ loro panni mescolati col gesso: è il dolore della morte che riacquista corpo e figura” (L. Settembrini, “Lettera ai pompeiani”, 1863)
La dichiarazione del Ministro Franceschini sulla straordinaria scoperta
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