Ho letto un libretto di Paolo Scquizzato, “Ancor meglio tacendo”, sulla preghiera, la cui dedica mi ha subito sollecitata: “A mia madre, che m’insegnò a pregare”.
Vorrei condividere con voi quello che ho colto di questa lettura, in particolare per la parte dedicata alla preghiera di Gesù, il “Padre nostro” che viene ripreso frase per frase dall’autore.
Così, Dio è Padre con ciò che “ha compiuto e continua a compiere nella mia vita”; è nostro perché coinvolge in una relazione; non “Padre mio”, ma di tutta l’Umanità, di tutti noi fratelli, uomini, donne, creature sotto lo stesso cielo… una preghiera splendidamente ecumenica.
È un Padre che è nei cieli, nel cielo interiore di ognuno, di ognuna, nel proprio cuore, nel proprio essere profondo ma anche oltre, “al di là di ogni pensiero, immaginazione, idea e possibilità di servirsene”. Il Suo nome è santificato quando concretamente riusciamo a vivere le nostre relazioni nella benevolenza, il non giudizio, la gratuità con i limiti, i contorni della nostra persona: è in questo modo che viene il Suo regno, attraverso la nostra umanità, i nostri doni naturali, le nostre attitudini, il bello di Dio in noi che si realizza concretamente qui ed ora nella nostra presenza.
E la volontà del Padre è che facciamo fiorire questa nostra umanità, rendendola feconda, generativa, seguendo la profondità della nostra coscienza. Paolo Scquizzato dice: “Non esiste alcuna “volontà di Dio” eteronoma ossia esterna all’uomo, cui bisogna corrispondere per avere la vita felice”. È riconoscendo e accogliendo il Suo Amore in noi ed incarnandolo con la nostra modalità più libera e vera di amare che possiamo percepire il cielo e la terra, l’umano spirituale uniti.
Le nostre relazioni da persona a persona sono anche il pane quotidiano. Relazioni umane, anche attraverso vari mezzi come quello legato alla creatività, ci nutrono e possono portare alla Relazione con l’Eterno in noi, per cui “entro in contatto con Lui che si è fatto Pane, mi sfamo, la mia vita cresce, si compie e io divento veramente me stesso”.
Tutto questo non possiamo tenerlo solo per noi stessi; quello che riceviamo e accogliamo dell’Amore del Padre, va ridonato, condiviso in famiglia, nella comunità, nella società. E in questo cammino interiore e concreto, c’è da accettare di lasciarsi anche “potare”, come una pianta, affinché salga meglio la linfa. Infine, cercare il modo di elaborare in noi la sofferenza, il male invece di riversarlo sugli altri, capire per perdonare e pregare perché “non abbiamo il potere di liberarci dalle strutture del male da soli”.
Abbiamo fiducia nella gratitudine: “Gesù è venuto a dirci che il Padre è più forte del male”, e con Lui, la mediazione di Maria di Nazareth, la Madre di Dio.
S.Z. – luglio 2017- gennaio 2021

