Sensualità, prosa e poesia. Al Teatrino di corte di Palazzo Reale
Armonie e disarmonie di corpi, sensualità, passione e sofferenza costituiscono il fulcro dei tre balletti andati in scena al Teatro di Corte di Palazzo Reale.
Il Mandarino meraviglioso, sobrio, nitido nella sua impassibilità, ha aperto lo spettacolo.
La sensualità, a tratti erotica, delle figure, ha dominato la scena minimale, dominata dalle verdi luci di scena. Il patibolo sullo sfondo caricava di tensione tutta la drammaturgia scenica, imprimendo un gusto noir alle belle coreografie di Mario Pistonisulle oramai Celebri musiche di Bela Bartok. Per molti anni primo ballerino e poi étoile della Scala a Milano, Pistoni fu un danzatore di solida preparazione classica ma sempre attento ai ritmi e ai colori della musica contemporanea e dei balli americani, di cui sono evidenti le influenze fin dalle sue prime coreografie degli anni Sessanta.
Grande compagno di palcoscenico di Carla Fracci e Luciana Savignano, le portò entrambe al successo con due sue particolari creazioni: La strada, balletto del 1966 ispirato al grande capolavoro cinematografico di Federico Fellini e alle musiche di Nino Rota scritte per il film, e Il mandarino meraviglioso realizzato sulle musiche di Béla Bartók. Stupisce dunque una ripresa a distanza di anni del lavoro, già a suo tempo notevole di Pistoni. Un omaggio tuttavia che non ha nulla da invidiare alla rappresentazione originaria, ma si arricchisce e si evolve. Come spesso accade alle opere ben fatte nelle quali non c’è necessità di urlare le proprie passioni perché queste sono già esplicite nella loro essenza, il lavoro si è sviluppato in maniera piuttosto monocorde, un plain style, facendo della staticità visiva quasi un naturale ma efficace contrappunto allo sviluppo del dramma coreografico. La figura della donna è protagonista, sensuale, sentita nell’interpretazione della prima ballerina Corona Paone dando vita ad un cerchio di passioni contrastanti attraverso l’ incontro tra due creature diverse.
Le musiche per pianoforte e violoncello del grande Franz Schubert hanno invece permesso uno sviluppo decisamente più drammatico alle coreografie di Nacho Duato, per Without words. La plasticità dei corpi, l’eleganza dei movimenti hanno conferito un crisma decisamente più “classico” a questo lavoro, nel quale la passione – quella dei moti dell’animo stavolta, lontana dai sensi – è assurta a regina incontrastata dello spettacolo.Quando il balletto non completa la musica ma la espande. Un invito al sogno ed alla fantasia più segreta al punto da restare sul serio “senza parole”. Bellissime le immagini proiettate sullo sfondo nero che anticipavano la figura, mettendo in rilevo dettagli che sarebbero potuti sfuggire.
A coronare il tutto, la rappresentazione dell’episodio Francesca da Rimini, ispirato al celeberrimo Canto della Commedia dantesca. Protagonisti e corpo di ballo del Teatro di San Carlo, supportati anche qui da un’abile scenografia con l’ausilio di effetti sceniciinnovativi ed originali.
Le fiamme dell’inferno, il fumo, le ombre, i costumi delle anime dannate hanno collaborato a creare suggestioni visive per collocare la scena lì dove il Vate l’aveva immaginata. Il Pathos delle musiche diPiotr Ilic Chaicovsky è stato sapientemente sfruttato dalle coreografie di Alessandra Panzavolta, che ha saputo restituirci la storia con la stessa struttura temporale partendo dall’inferno dove si incontrano i protagonisti ed effettuando la digressione diegetica svelante l’antefatto drammatico che ha portato alla rovina dei due amanti. L’adulterio si converte in pietas. Costretta a sposare Giangiotto e non l’amato Paolo del V Canto dell’Inferno dantesco, Francesca emerge più come eroina di una violenza subita e meno come peccatrice, il tutto in uno spazio misticamente bianco e senza tempo.
Cos’altro aggiungere. “Il corpo offre alla danza lo strumento e la materia per comunicare espressioni che sono proprie del linguaggio del coreografo o dell’interprete. Perdendo l’aderenza alle cose del mondo e liberandosi della gestualità non intenzionale, il corpo del danzatore descrive una realtà che è al di là di tutti i codici; nella danza l’unico segno visibile è quello in cui il corpo iscrive se stesso tra la terra e il cielo.” Per dirlo con le parole di Roberta Bignardi. Non solo le atmosfere suggestive dovute alla musica sapientemente selezionata e agli “effetti speciali” ma anche e soprattuto l’interpretazione sentita, nel volto prima ancora che nel corpo, nelle mani prima ancora che nei piedi, nella pancia, hanno resto un balletto espansione eccelsa di un sogno musicale anche grazie alla presenza di Alessandro Macario e il corpo di ballo del teatro.
Il Teatro San Carlo di Napoli ha da sempre ospitato spettacoli di notevole qualità e spessore (il prossimo è previsto a partire dal 14 aprile dove si danzerà sulle magiche note Johann Strauss figlio, con Il Pipistrello, coreografia di Rolan Petit, nda). Anche questa volta, dunque, non è stato da meno.

